Voto

8

La ferita del primo conflitto mondiale è ancora fresca nei primissimi anni ’20. Mentre la Germania e la Francia cercano di ricostruirsi come nazioni, le famiglie nel loro piccolo arrancano per tornare in piedi, nonostante le perdite irrecuperabili. Il giovane Frantz riecheggia sulla bocca di tutti i personaggi, nome-simbolo di un’assenza talmente forte da assurgere a una presenza, che si materializza nel posto vuoto a tavola, nella sua camera intonsa e nei cuori dei suoi genitori (Erns Stötzenr e Marie Gruber) e della fidanzata Anna (la splendida e malinconica Paula Beer).

Liaison tra passato e futuro è la cultura, unico strumento che può alleviare la sofferenza delle perdite e garantire la pace tra due nazioni nemiche, in una guerra talmente grande da annullare le differenze tra le parti. Il bianco e nero della pellicola allontana cronologicamente una vicenda in realtà attualissima: come allora, anche oggi letteratura, musica, poesia e arte sono canali di comunicazione universali, risposte all’odio verso il diverso, alla xenofobia e al patriottismo, mali immortali del nostro mondo. Le immagini si colorano solo nei flashback e nei ricordi, che si animano in tableaux dalla bellezza pittorica, più vitali del grigio presente – merito del direttore della fotografia Pascal Marti.

Adattamento di una pièce di Maurice Rostand già trasposta in pellicola da Ernst Lubitsch (L’uomo che ha ucciso, 1932), Frantz postone, a differenza dei suoi modelli, il momento del disvelamento di una verità inaspettata che prima di emergere lascia astutamente spazio alle più disparate ipotesi, al limite del thrillerLa menzogna e la verità si rivelano allora nient’altro che le due facce della stessa realtà, una realtà però troppo dolorosa, che chiede di essere ammortizzata da una bugia “bianca” per chi non è ancora pronto a concedere un perdono disinteressato, come solo la petite Anna riuscirà a fare.

Benedetta Pini