Regista, critico cinematografico e grande cinefilo, François Truffaut non fu soltanto un cineasta che rivoluzionò esteticamente il cinema, ma si impegnò in una ricerca teorica sulla settima arte che ancora oggi fa scuola in tutto il mondo. Intellettuale polivalente, senza limitazioni nel proprio pensiero critico, Truffaut, insieme a Godard, Resnais e Chabrol, rappresenta quella generazione di cinefili francesi, diventati poi critici e grandi registi, che diede vita alla nouvelle vague.

Nato a Parigi il 6 febbraio del 1932, Truffaut fu sempre un pessimo studente. Abituato a marinare la scuola per intrufolarsi nelle sale cinematografiche di quartiere, in pochi anni compose un archivio personale di centinaia di film e di riflessioni sugli spettacoli del tempo. Dopo cinque mesi trascorsi in una casa di correzione per ragazzi, la vita di Truffaut cambiò radicalmente grazie all’incontro con il teorico del cinema André Bazin, che lo prese sotto la sua ala e gli offrì un lavoro all’interno della rivista fondata da lui: i “Cahiers du cinéma”, mensile che riuniva i massimi esponenti della nouvelle vague.

L’infanzia da zero in condotta venne magistralmente trasposta dallo stesso Truffaut nel suo primo lungometraggio, I quattrocento colpi (Francia 1959), il cui protagonista Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud, attore feticcio di Truffaut, veste i panni del regista. L’autobiografia si erge allora a progetto estetico: ecco l’orizzonte del “nuovo” cinema, del cinema “d’autore” come era concepito dal regista parigino. I quattrocento colpi rappresenta la traduzione filmica della proposta teorica che Truffaut aveva espresso nell’articolo del 1954 Una certa tendenza del cinema francese, pubblicato sui “Cahiers du cinéma”, grazie al quale nacque un nuovo modo di considerare il cinema e vennero rivalutati registi allora non particolarmente amati dalla critica come Rossellini e Hitchcock; quest’ultimo sarà poi oggetto di una celeberrima intervista da parte di Truffaut. Da quel momento in poi i giovani registi intenzionati a fornire il loro contributo artistico al cinema si esprimeranno in prima persona per parlare dei loro amori o di una presa di posizione politica, impressionando su pellicola la loro vita e la loro poetica.

Nel 1962 il cineasta francese era già molto conosciuto, ma fu proprio in quell’anno che uscì l’opera fondante del suo universo filmico: Jules e Jim (Francia 1962). La sceneggiatura venne tratta dal romanzo omonimo e autobiografico di Henri-Pierre Roché, che ebbe per Truffaut un’influenza pari a quella esercitata da Le regole del gioco (Francia 1939) di Jean Renoir e da Johnny Guitar (USA 1954) di Nicholas Ray. Jules e Jim è un film-manifesto, che segnò la rottura di un’epoca, quella della Hollywood classica, e l’avvio di uno stile di vita anticonformista: il triangolo amoroso del film scatenò uno scandalo tale da proibirne la visione ai minori di 18 anni e da rischiare di non essere distribuito in molti Paesi tra cui l’Italia.

Ciò che il film rappresenta è l’idea di una donna più forte degli uomini che incontra, incapace di appartenere a un uomo solo e decisa a inventare la propria esistenza attimo per attimo, a dispetto delle costrizioni che la società impone. Questo atteggiamento anticipò l’essenza del periodo sessantottino, dove anche i movimenti femministi troveranno voce in una società desiderosa di cambiamento. Durante la ventunesima edizione del festival di Cannes, quando Truffaut e altri esponenti della nouvelle vague protestarono contro la decisione dell’allora ministro della cultura André Malraux di rimuovere Henri Langlois dal posto di direttore della Cinémathèque française, il Maggio francese raggiunse anche il cinema. Così Truffaut da critico, regista e cinefilo si fece anche esponente politico.

Dopo altri capolavori come Baci rubati (Francia 1968), storia di un’iniziazione all’età adulta, ed Effetto notte (Francia/Italia 1973), Truffaut si spense il 21 ottobre 1984 all’età di 52 anni a causa di un male incurabile. A testimoniare il vuoto lasciato dal cineasta i “Cahiers du cinéma” gli dedicarono un numero speciale, non solo al regista ma anche all’uomo che fu, rimarcando il fatto che per lui vita e cinema erano la stessa cosa.  

Mattia Migliarino

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