A un anno dalla morte di Franco Citti la domanda che ci poniamo è: sarà riuscito a farsi ricordare dal grande pubblico italiano, oppure è finito nel dimenticatoio come sentenziava l’attore stesso nei panni di Vittorio Cataldi detto “Accattone”?

Franco Citti nasce a Roma nel 1935 e cresce nella borgata di Maranella, dove conoscerà solo povertà e disperazione. Viene scoperto e portato sul grande schermo da Pier Paolo Pasolini, che stringerà con lui un lungo e intenso rapporto di amicizia. Sarà proprio Pasolini la luce che indicherà la strada del successo all’attore romano a partire dal suo primo lungometraggio, Accattone, film che renderà Citti un attore a tutti gli effetti, sottraendolo a fame e miseria.

A quest’ultima, seguiranno una serie di celebri interpretazioni come Una vita violenta (Paolo Heusch e Brunello Rondi, Italia/Francia 1962), in cui le vicende di Ragazzi di vita (Pier Paolo Pasolini, Garzanti, Milano, 1955) sono ancora il cardine del film, e, soprattutto, Mamma Roma (Pier Paolo Pasolini, Italia 1962), film che darà a Citti la possibilità di recitare al fianco di una delle figure emblematiche del periodo neorealista, Anna Magnani

Ma il suo percorso attoriale non si è fermato al cinema di Pasoliniano. L’interprete romano ha recitato in teatro in Salomè di Carmelo Bene nel 1963 ed è stato anche uno degli interpreti più importanti nelle pellicole del fratello Sergio, anche lui legato a doppio filo con Pasolini, suo maestro artistico.

Franco Citti è divenuto il simbolo della corrente neorealista, la cui poetica si basava sulla rappresentazione della realtà colta nell’immediato, teoricamente senza alcuna mediazione. L’attore borgataro è l’emblema di questo nuovo modo di fare cinema, che vuole sconvolgere le classi sociali più agiate, che vuole denunciare l’altra faccia del boom economico italiano del secondo dopoguerra. Citti divenne così l’antitesi dello Star System hollywoodiano, dal viso rude e rovinato da una “vita violenta”, eppure senza nulla da invidiare ai colleghi chic d’oltreoceano.

Nel 1992 Citti si racconta nell’autobiografia Vita di un ragazzo di vita (Franco Citti e Claudio Valentini, SugarCo, Milano, 1992), una vera epopea dalla borgata allo schermo, dalla povertà alla ricchezza. Alla luce della sua esperienza, la sua morte, come in Accattone, prende le forme di un ultimo gesto di libertà: malato da tempo, la sua morte riportò alla mente degli appassionati di cinema l’ultima scena del film, quando, ormai esanime, pronuncia le testuali parole: “Ah, mò sto bene”.

Mattia Migliarino