Voto

8

Si chiama Torneremo ancora quella che, forse per l’ultima volta, possiamo chiamare “la nuova canzone di Franco Battiato”. Il brano apre infatti il disco con il quale uno dei più grandi cantautori e compositori italiani sceglie di congedare il suo pubblico, con la stessa distinta raffinatezza che lo ha accompagnato per tutta la sua immensa carriera

I quindici pezzi selezionati, di cui quattordici dal vivo e uno registrato in studio, sono i classici di Battiato, eseguiti con la Royal Philharmonic Concert Orchestra diretta dal Maestro Carlo Guaitioli e raccolti sotto un titolo che ha l’importanza e lo splendore di un commovente, spirituale e universale arrivederci. Scandito da tappeti d’archi, ritmi lenti, note di piano leggerissime e ampi respiri strumentali, Torneremo ancora è lontano dall’essere solo un testamento o un addio artistico: è come se Battiato esprimesse il desiderio di rivedersi “sempre qui“. La titletrack, nata come una canzone tra le tante di Battiato e inizialmente destinata a un disco di Andrea Bocelli, è anche un brano sulla condanna della fine che pesa sull’esistenza umana, tesa alla costante ricerca di quella “terra senza confini” dove compiere l’ultima migrazione.

Quando Battiato canta quel “torneremo ancora, ancora e ancora” a conclusione del singolo, con la fragilità e la bianca instabilità di cui si è vestita negli ultimi anni la sua voce, ecco che tutto il disco rivela in modo folgorante tutta la trasparenza del suo senso. Un senso che colpisce l’ascoltatore come una freccia, tornando in tutti quei brani che, sebbene siano capolavori già conosciuti e amati, rivelano ciascuno una luce nuova, quasi chiedendo un’ultima lettura. I pezzi scelti nutrono così un disco che riesce a mostrarsi incredibilmente nuovo e solenne, estremamente forte e fragile, come lo sono la natura e la condizione umana

Valeria Bruzzi