Voto

8

“Già, nemmeno io avrei pensato di essere così forte…”. Ad aprire il disco di esordio di Francesco Sacco sono le parole tratte da La Voix Humaine di Jean Cocteau, con la voce della straordinaria Anna Magnani mentre interpreta il celebre monologo vestendo i panni di una donna ancora innamorata che, al telefono con il suo amante, tira le somme di una storia che sta per finire.

La potente e inusuale Intro fa entrare nel vivo del disco anche musicalmente, scandita prima da un beat che coincide con una frequenza cardiaca e poi da un tappeto di elettronica che si schiude dentro ai primi elementi della title track, La Voce Umana. L’ouverture ariosa, semplice ma imponente del brano ne dichiara l’essenza, rivelando anche gli intenti dell’intero lavoro: in un mondo governato da “un Dio vicino che non dorme mai, fatto di pixel e di reti Wi-Fi”, il contatto reale e umano viene invocato come una viva necessità. E allora la voce umana è “il suono perfetto”, prende la forma di una riscoperta e di una liberazione, o di una salvezza quando la voce appartiene a qualcuno che si ama.

I due singoli avevano già preannunciato il carattere pregnante e anticonvenzionale della produzione e della penna dell’autore: prima Berlino Est, che con il suo hook di pianoforte prende di peso l’archetipo occidentale della Berlino divisa, ne rovescia il senso e lo sovrappone alle delicate dinamiche che intessono le relazioni umane. E poi A te, il cui senso profondo è racchiuso nel verso “Ho scelto di ricordare com’eri e di scommettere su come sarai”, e in cui un sax romantico, un coro da musica sacra e accordi di chitarra elettrica scandiscono una dichiarazione d’amore che intende rinnovarsi quotidianamente, che ringrazia il presente, che fantastica sul futuro e che gioca con il passato fino a oltrepassare i confini del possibile quando distopicamente immagina che lo stesso fortunato incontro si possa verificare ugualmente anche in un luogo e in un tempo diversi: “Che tu possa dimenticare da dove vieni, non ricordare più dove stai andando, incontrarmi ancora nel vagone di un treno e, senza sapere nulla, sederti nel posto accanto al mio”.

Considerata la natura cantautorale del disco, L’invenzione del Blues e Piove a Nagasaki costituiscono due dei brani musicalmente più audaci: il primo, attraversato da un riff di organo distorto, graffiante e adrenalinico, da beat di batteria acustica e da una linea di sintetizzatore, sembra tradurre in musica quei tentativi adolescenziali, intimi e a volte maldestri di inventare sé stessi anche a colpi di piccoli atti di ribellione, e il secondo – una sorta di ballad anni Sessanta in cui fa incursione un autotune decisamente inatteso – è il racconto fiabesco di una vicinanza riconquistata e di un amore che riesce a nascere anche all’interno di un ambiente ostile, un metaforico paesaggio sommerso dalla pioggia.

Il disco scorre veloce e nessuno dei suoi elementi passa inosservato; si avvicina alla conclusione con Maria Maddalena che, su una base leggera e lievemente erotica in cui elementi strumentali classici come archi e clavicembalo si fondono a elementi contemporanei, trasforma la figura evangelica in una ragazza qualunque, in una “bambola con le ginocchia sbucciate dal mondo e dal reggaeton”, e il cui testo, a tratti sorretto da una punta di ironia (“commenta una storia su Instagram, si sente sola, mette su un film, non gliel’ha mai detto nessuno che il regno dei cieli è fatto così”), diventa una preghiera moderna e trasognante (“veglia sulle teenager incomprese, sulle ragazze di borgata che nascondono l’amore in una cicca masticata”).

Il Lido di Venezia, come un piccolo poemetto in prosa, chiude il disco evocando una realtà fatta di piccole cose, tratteggiando scenari di vita quotidiana immersi nell’atmosfera senza tempo e a volte quasi irreale di Venezia, e in particolare del Lido che da essere cornice reale di questo lavoro perchè è qui che nasce, viene trasfigurato in uno scenario di fantasia da un testo che riprende le sfumature della title track e di A Te, insieme alla consapevolezza di avere accanto un’ancora di salvezza, o una complice di perdizione per la vita: “Con te non temo le tempeste / Ho te che naufraghi con me”.

Se La Voce Umana fosse una stanza, si troverebbe dentro a un palazzo del Settecento per ospitare opere di artisti postmoderni: il disco fa incontrare e convivere in modo magistrale elementi classici e tradizionali del cantautorato con elementi contemporanei e inattesi, con esiti spesso intenzionalmente dissonanti e contraddittori che, proprio per questo, riescono a costruire un racconto semplice e originale del complicato mondo delle relazioni umane.

Valeria Bruzzi