Quando nel 1975 nasce Rimmel, De Gregori ha solamente ventiquattro anni e la scena cantautorale tricolore è già ornata da grandissimi nomi. In questo panorama, il Principe dà alla luce un disco da mezzo milione di copie, profondamente rivoluzionario ed eclettico, innovativo e lungimirante. Rimmel tocca tematiche incandescenti senza scomporsi, grida a bassa voce le ingiustizie e le più intime sofferenze individuali, discostandosi senza superbia sia da quei grandissimi cantautori che furono i suoi avamposti, sia dai suoi colleghi contemporanei. L’album ha infatti molto in comune con artisti come De Andrè, Battisti, Ciampi, Guccini, Conte e Gaber, ma si possono anche riscontrare tratti profondi di difformità: Rimmel è sicuramente meno sanguigno del rabbioso Francesco Guccini, più pacato del maudit e sgangherato livornese Piero Ciampi, meno incline al simbolismo francesista di Fabrizio De Andrè e sicuramente meno sfrontato e disinvolto di Gaber e di Dalla. Eppure, proprio come tutti questi grandi artisti, Rimmel è parente della semplicità e della fantasia, condivide quelle stesse velleità di protesta e di denuncia sociale, ma anche la pietas verso gli oppressi, gli abbandonati e i deboli. Ciò che cambia è semplicemente il modo con cui De Gregori si avvicina a quegli stessi argomenti: gioca sui fili della metafora e su sospensioni immaginifiche che non intaccano la forma, asciutta e semplice, perché è solo la visione globale a essere pittorica.

Con Rimmel De Gregori raggiunge il grande pubblico in quell’Italia degli anni Settanta che sembrava aspettare proprio un disco così: “Erano già tempi politicizzati, c’erano stati il referendum sul divorzio e Piazza Fontana, le manifestazioni di piazza e la sinistra giovanile: le condizioni migliori perché a un disco come quello potessero partecipare tutti”, così descriveva quel periodo lo stesso De Gregori. Privato e politico si intrecciano in continuazione, e  vengono rappresentati dal cantautore come grandi partite di carte in cui vince solo chi sa giocarsela bene, a prescindere se lo scopo sia essere un onesto vincitore o quello di sopravvivere a chi fa ricorso a trucchi.

de gregori

Nella scrittura del cantautore si intrecciano due principali filoni, legati in Rimmel in modo densissimo: uno è lirico-fiabesco, mentre l’altro è narrativo-storico-politico, da cantastorie. Ma la bellezza della scrittura di De Gregori risiede nel suo atteggiamento appartato, transigente, ermetico e, soprattutto, fortemente evocativo: caratteristiche presenti in tutti i testi dei suoi dischi e in dosi eccezionali all’interno di Rimmel. Cedere alla tentazione di chiamarlo “poeta”, però, non solo sarebbe troppo semplicistico, ma non sarebbe neanche una definizione gradita da De Gregori stesso, un cantautore che fu tra i più fervidi nemici dell’avvicinamento canzone-poesia. Se è vero che “Mussolini ha scritto anche poesie” – scrive ironicamente ne Le Storie di ieri –, allora i poeti devono essere proprio “brutte creature”, al punto che “ogni volta che parlano, è una truffa”. Ironia a parte, se mai un cantautore dovesse essere candidato a un premio Nobel per la Letteratura, non sarà perché “è un poeta”, ma perché avrà raggiunto la soddisfazione di vedere riconosciuta la dignità letteraria che gli spetta e, magari, sarà finalmente riuscito a elevare il ruolo della musica, non più vista solo come ingrediente secondario. In Rimmel, infatti, sarebbe impossibile scegliere di privilegiare solo uno dei due aspetti: se si provasse, sarebbe un po’ come essere obbligati a fare una scelta tra mamma e papà. Quindi, anche se i testi di questo album sono paragonabili a dei giganti letterari e invitano a essere chiamati “poesie”, non potrebbero mai esistere e perderebbero tutto il loro fascino senza quelle precise melodie.

Rimmel, il brano omonimo dell’album, non sarebbe lo stesso senza quell’energico attacco di pianoforte che preannuncia l’incipit potentissimo in medias res: “E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure”, parole con cui De Gregori plasma una canzone d’amore sfiorando appena il lessico del genere sentimentale classico. Rimmel è la fotografia straziante, ma non nei toni, di un addio, è il ritratto appena abbozzato della fine di una storia d’amore che viene raccontata dalla sua conclusione senza restituirne mai il quadro per intero: viene presentata dai particolari, dai dettagli, come un puzzle da ricostruire o come filtrata da una lente deformante attraverso la quale chi ascolta può cogliere le sensazioni, asciutte e vertiginose, di quell’amore, come se scaturissero da un ricordo lampante. È un racconto doloroso, fatto di un romanticismo forte e coinvolgente ma antiretorico, spogliato di ogni spicciolo sentimentalismo. Il tempo della storia e lo spazio non vengono volutamente descritti e rimangono sospesi: la compostezza e il disincanto malinconico che derivano da questi vuoti paralizzano e commuovono molto più di quanto potrebbe fare una descrizione accurata, troppo esplicita. La fine dell’amore, infatti, non viene descritta con mera tristezza né con risentimento, sembra piuttosto la cronaca di una partita a carte giocata in modo sporco, in cui uno dei due ha inevitabilmente barato: “I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo li puoi nascondere o giocare con chi vuoi”. Poi, di colpo, De Gregori dipinge una scena di impronta teatrale, tragicomica, che funge da conclusione: la donna rivolge all’uomo una domanda apparentemente innocua (“se per caso avevo ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non guardavi”) e lui, che senza capire annuisce, ignaro del fatto che stia per ricevere la più concisa e tagliente delle risposte, il lato oscuro e doloroso della medaglia (“è tutto quel che hai di me”). Rimmel è proprio come una medaglia che cela due facce, una idilliaca e l’altra spietata, realista e feroce: è un album creato sulla dualità di amore e perdita, di colore e nero, di candore e buio, di vittime e carnefici. È anche un capolavoro di lontananze, di negazioni e di addii paralizzanti. In tutto questo, però, non c’è mai sensazionalismo, ci sono solo “pagine chiare e pagine scure”, pagine di vita e pagine di Storia avvolte da una copertina a strisce bianche e nere con un ritratto ottocentesco di una donna che sembra sentire tutta l’angoscia di queste forze contrapposte. Questa stessa dualità, sempre in agguato nei testi, dimora anche nel titolo, che porta il nome della marca di un trucco, di qualcosa che serve, di fatto, per mascherare.

de gregori

In Buonanotte Fiorellino, questa duplicità è più prepotente che mai: De Gregori sceglie parole da bambino e una melodia infantile puntellata da tenui cori e da un allegro ritmo valzerino, ma la delicatezza e il candore delle scelte semantiche che evocano albe, raggi di sole, uccellini e foglie di tè non sono altro che una coraggiosa maschera, un disegno di un bambino che nasconde un dolore tutto adulto. Il linguaggio infantile riesce sempre a essere il mezzo per approdare all’irreale, all’irraggiungibile, o al dolore abissale, come in questo caso: è la lente che trasfigura la realtà rendendola più accettabile e che riesce a sfiorare ciò che c’è più di lontano facendolo sentire vicinissimo. A questo proposito, il brano risente di suggestioni dylaniane (per ammissione dello stesso De Gregori, il brano è stato ispirato da Winterlude, da New Morning di Bob Dylan). Ancora una volta, l’interpretazione risulta oscura: quella di Buonanotte Fiorellino è sempre la storia di un addio, di una perdita, ma non è chiaro se il dolore che si cela dietro a questo piccolo valzer fiabesco sia autobiografico oppure no.

È, inoltre, proprio il mondo dei bambini a fare da contrappunto in quello che, in Rimmel, è il pezzo più ancorato a un’amara realtà collettiva: Le storie di ieri, un brano scritto a due mani con Fabrizio De Andrè che comparirà anche nell’album del cantautore genovese Volume VIII (1975). La vera protagonista della traccia è la Storia e, in particolare, l’incubo dei regimi totalitari. Il testo, bruciante e ironico, intende smascherare il fascismo di ieri e quello della contemporaneità:  

“E anche adesso è rimasta una scritta nera
sopra il muro davanti casa mia
dice che il movimento vincerà
i nuovi capi hanno facce serene
e cravatte intonate alla camicia”.

Ma il passaggio più positivo del testo è quello che tocca il mondo dell’infanzia, simbolo di speranza e di rinascita politica e culturale: il bambino “tira sassi nel cielo e nel mare, ogni volta che colpisce una stella, chiude gli occhi e comincia a sognare” e quando è lui a trovarsi vicino a un muro imbrattato di nero “si guarda le mani” come per assicurarsi di non essere stato lui a commettere l’errore di macchiarlo. Le sue sono le mani di un bambino che diventerà un uomo per bene, a differenza di tutti quelli che non si sono mai guardati le mani ma avrebbero dovuto farlo per rendersi conto che il colore che le macchiava era il rosso del sangue.

E come in tutto il resto di Rimmel, anche in Le storie di ieri, De Gregori fonde il privato con il politico, e la vicenda è solo marginalmente biografica: l’ultimo verso sembra alludere a dialettiche “politiche” vissute in famiglia.

“Ma mio padre è un ragazzo tranquillo
la mattina legge molti giornali
è convinto di avere delle idee
e suo figlio è una nave pirata”.

De Gregori tesse magistralmente un filo importante e comunitario in un tessuto tutto privato; se sia biografico o no, ancora una volta, è di secondaria importanza.

francesco de gregori

“Il Signor Hood era un galantuomo sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole”. Ma chi è il Signor Hood dell’omonimo brano? È una figura immaginaria, un ipotetico paladino che si arrabbia per una giusta causa: è il nome che identifica tutti quegli incompresi pronti a caricare le proprie pistole solo di buone intenzioni e di voglia di giustizia destinati a scontrarsi fatalmente contro l’ipocrisia diffusa. Personaggi come questo si potevano scorgere facilmente nelle piazze affollate di quell’Italia degli anni Settanta, ma si possono trovare anche ora e, si spera, per sempre. De Gregori parla delle vittime del mondo, degli outsider e dei reietti della società senza versare lacrime, né addurre patetismi o cliché avvilenti.

In Pablo, brano composto insieme a Lucio Dalla, compare il ritratto di un personaggio tutto verghiano: un lavoratore spagnolo emigrato in Svizzera che morirà a causa del disinteresse e delle ingiustizie sociali dilaganti. “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo!” è il liberatorio e ossimorico ritornello simbolo di un’altra forte soggettiva che inquadra la drammatica ampiezza di un problema sociale. De Gregori dimostra ancora una volta la sua grande capacità di costruire con brevissime pennellate intere storie e di creare una compartecipazione emotiva immediata verso le condizioni degli sconfitti. Il cantautore tende a cantare la cronaca, a denunciare e a puntare il dito contro qualcuno, ma preferisce rinunciare al commento esterno e superficiale dei fatti, limitandosi solo a condividerne il sentimento dell’ingiusto. L’interpretazione dei testi delle canzoni di De Gregori non è mai immediata, e così deve essere: la necessità istintuale di comprendere e decifrare sfuma magicamente sotto la forza evocativa delle parole, e i testi si fanno bastare per come sono, anche serrati nella loro enigmaticità che riempie e fanno emozionare. Non importa chi siano i protagonisti né chi siano i veri destinatari di quelle storie, non importa se siano esistiti nella realtà o se siano stati solo immaginati: la verità, in questo caso, non è strettamente indispensabile.

de gregori

Questo vale anche per Pezzi di Vetro, una canzone ricca di riferimenti letterari (La luna e i falò di Pavese, il Montale dei Cocci aguzzi di bottiglia) che probabilmente si riferisce alle prime disavventure amorose del cantautore. Il riferimento autobiografico, però, non è altro che un gossip marginale rispetto al lirismo del brano, che tocca con un rispetto quasi sacro il meccanismo e le sfumature dell’innamoramento, descritto come un evento sovrannaturale:

“E insieme visitare la notte che dicono è due anime,
e un letto e un tetto di capanna,
utile e dolce come ombrello teso
tra la terra e il cielo”.

Nello stesso modo vengono descritti il rischio a cui inevitabilmente ci si espone camminando sui quei montaliani e taglienti pezzi di vetro, quando le ferite causate dalla fugacità di quella prima volta e i suoi ciechi meccanismi prendono il sopravvento:

“Lui ti offre la sua ultima carta e
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire,
quando dice è quattro giorni che ti amo,
ti prego non andare via, non lasciarmi ferito,
e non hai capito perché in un minuto
gli hai lasciato tutto quello che hai”.

Talvolta le storie di Rimmel ripercorrono i fili dei ricordi personali dell’autore, altre volte seguono le impronte della Storia collettiva, oppure sembrano tante soggettive cinematografiche che celano “campi lunghi” proiettati su intere epoche e generazioni. Proprio nella compresenza di sguardi individuali e collettivi De Gregori dichiara la sua devozione per l’opera del suo grande maestro Bob Dylan, che lo ha accompagnato e lo accompagna tutt’ora nel suo percorso artistico.

Rimmel è un album che si cala tra gli anfratti, tra le piccole storie personali e la grande Storia collettiva: sono “storie di ieri” ma anche di oggi perché, più che un cantautore politicizzato, De Gregori è un viaggiatore curioso, è un assetato di sguardi, di rughe, di felicità, di tristezza, di sofferenza e di primi piani, è un investigatore di sfumature che non rinuncia quasi mai all’angolazione individuale.

 “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo, la storia siamo, noi nessuno si senta escluso”.

Valeria Bruzzi