Voto

8

Debuttare come solista a quarantasette anni è già di per sé un atto di coraggio. Farlo con un disco come Forever, poi, è una meravigliosa follia. Durante il “fermo biologico concordato” della band, Francesco Bianconi, frontman dei Baustelle, si spoglia come un San Francesco di tutte le sovrastrutture barocche e si racconta in modo intimo e potente.

Pianoforte, archi e voce: questa l’ossatura melodica fondamentale di un album che ha la portata di un disco internazionale grazie alla collaborazione con artisti come Rufus Wainwright, Eleanor Friedberger, Hindi Zahra e Kazu Makino ma fortemente radicato nella tradizione della canzone italiana. L’utilizzo di lingue come l’arabo (Faìka Llìl Wnhàr) e l’inglese (The Strenght), poi, amplifica questa dimensione dimostrando la capacità del cantautore di portare la musica ad un livello altro, fuori dal comune, dove l’arte riesce a comunicare al di là di qualsiasi barriera culturale.

A metà tra Battiato e De Andrè, la voce potente di Bianconi restituisce una narrazione tipica del cantautorato italiano, con testi semplici, minimali e allo stesso tempo densi di significato (“Le lezioni, l’immondizia/L’ora di Filosofia/Mi hanno reso con gli anni un nichilista/Come tutti gli altri ormai”, Il bene). Anticonformista e rischioso, Forever è fuori dalle logiche del pop attuale e regala brani che scalfiscono e illuminano la coscienza di ognuno, portando a galla sentimenti contrastanti e potenti che atterriscono l’indifferenza e la mediocrità circostante.

Giulia Tonci Russo