France di Bruno Dumont è l’ultima manifestazione di un cinema caustico a rabbioso, che si scaglia contro la stampa, intesa come medium oggi raramente messo in discussione e fin troppo incensata, nonostante le note storture sistemiche che reitera. Dumont, infatti, fornisce una rappresentazione tanto onesta quanto cinica del giornalismo televisivo e digitale attuale, finalmente messo di fronte alle proprie colpe, con le quali è costretto a confrontarsi. Non c’è dunque da stupirsi dei fischi piovuti in sala al termine della proiezione del film al Festival di Cannes. Ciò che emerge dal documentario è una stampa non interessata alla ricerca della verità, attraverso indagini rigorose e imparziali, quanto piuttosto alla costante rincorsa dell’esclusiva, anche a costo di fabbricarla in modo artificioso e calcando sulle discussioni da bar e sulle contrapposizioni tra fazioni che sollevano polveroni tanto grandi quanto superficiali.

La regia emula la prassi televisiva – disimpegnata, luci che appiattiscono i volti e zoom pronti a catturare le reazioni degli ospiti – innescando un contrasto tra l’immagine cinematografica costruita e quella televisiva preconfezionata, che si riflette anche nei contenuti del programma messo in scena all’interno del film, in cui si alternano immagini di guerra a discettazioni in studio frivole e autoreferenziali. La protagonista-conduttrice non prova alcun trasporto emotivo e sfrutta senza remore la disperazione umana, che sia il dramma dei migranti o un brutale omicidio, al solo obiettivo di accrescere la propria popolarità in modo spietato. Nel momento in cui viene messa di fronte alla propria morale discutibile, France crolla, ma ormai non proviamo più empatia per lei e i suoi problemi, per quanto sempre più gravi e impattanti, che passano in secondo piano di fronte alle miserie di coloro che lei sfrutta quotidianamente per il proprio appagamento personale.

L’attivismo di France è finto, così come lo sono tutti i suoi servizi, secondo una deformazione performativa del giornalismo in cui ciò che conta non è la notizia in sé quanto chi la riferisce. Un processo che porta alla costruzione di un culto della personalità che sfrutta la memoria corta della massa, incentivata dalla velocità dei social media e dalla facilità di imbastire sterili polemiche. Dumont rappresenta accuratamente questo meccanismo sottolineando come France, anche quando si trova a prendere decisioni moralmente complesse, non mette mai in discussione la propria carriera, senza rendersi conto della propria lontananza da quel ceto popolare con cui vuole comunicare.

Quello messa in scena dal regista è infatti la parziale visione del mondo di chi appartiene al ceto culturale dominante, inconsapevole delle reali condizioni del mondo, che animano la scena politica facendosi carico di valori culturali pur vivendo in torri d’avorio completamente avulse dal paese reale. Una scena emblematica è quella che mostra France alle prese con un servizio sui migranti e il loro viaggio infernale nel Mediterraneo. La donna finge di viaggiare sul gommone insieme a loro e viene calata in una scialuppa malridotta, a quel punto Léa Seydoux esprime tramite il linguaggio del corpo il ribrezzo implicito che la reporter prova nel trovarsi tra rifugiati. Un’attitudine ascrivibile alla più generale discussione non solo sul giornalismo, ma anche sulla classe dirigente francese ed europee. Non è un caso che la sequenza finale – completamente slegata dalla narrazione – nella sua violenza distruttrice e insieme quotidiana mette in scena quella folle ferocia sopita in Europa, che poco alla volta si sta risvegliando, mentre i “socialisti” arrivano fino al MET Gala.

Davide Rui