Voto

8

La dimensione del sogno non veicola quasi mai un racconto lieto. “Non prendo mai ispirazione dai sogni che faccio durante la notte. Tutte le idee per i miei film provengono da sogni a occhi aperti”, ha infatti dichiarato David Lynch in uno dei video caricati sul suo canale YouTube durante il primo lockdown. Ed è un sogno ad occhi aperti a condurre la protagonista di Fortuna (2020, disponibile in streaming sulla piattaforma I Wonder) in una realtà artificiosa, simulata, che la avvolge proteggendola da un mondo in cui non c’è nessun altro a difenderla. Così Nicolangelo Gelormini, attraverso un racconto filmico dai toni estremamente delicati, cerca di “sublimare” l’omicidio di Fortuna Loffredo, avvenuto nella periferia di Napoli nel 2014.

Prendendo come riferimento un ampio caleidoscopio di influenze (Dario Argento era stata la reference principale del suo precedente corto interattivo realizzato per Maison Roger Vivier), Fortuna ricorda i drammi familiari di Michael Haneke (Il Settimo Continente), lo straniamento e l’incomunicabilità del cinema greco, di Lanthimos e Avranas (Miss Violence), i personaggi traumatizzati indelebilmente come il protagonista di Mysterious Skin di Gregg Araki. A differenza di quest’ultimo, però, non sono gli alieni, ma un esercito di giganti a voler rapire Fortuna, secondo la storia costruita da lei e i bambini che abitano nel suo stesso triste edificio nella periferia di Napoli. La giovanissima protagonista, però, non sembra esserne spaventata: l’idea di sfuggire alla sua vita e di rimanere confinata sul pianeta Tabis, dove i giganti vogliono portarla, rappresenta per lei l’unico, e rassicurante, modo per salvarsi. Perché tutto può essere per lei consolatorio rispetto alla sua realtà. L’ennesima narrazione costruita dalla mente di Fortuna, che sogna una madre che la protegga, un padre amorevole, un nome che non è il suo. Ma il mondo della fantasia è destinato a scontrarsi ferocemente contro quello della realtà, una di quelle terribili, in cui i protagonisti sono ben più spietati dei cattivi di una fiaba.

I personaggi del film di Gelormini sono senza speranza, sono macchiette, icone scoperte e disilluse come tristi e coloratissimi protagonisti di un freak show in uno squallido circo di paese. Gli unici a cercare faticosamente un modo per salvarsi dalle atrocità del mondo sono i bambini, che di quel mondo sono vittime ultime. L’aria di alienazione e straniamento (temporale, territoriale) del film non è casuale; non importa se si tratti della periferia di Napoli o di qualsiasi altra parte del mondo: Fortuna parla di una storia specifica per raccontare qualcosa che non accade solo in una località circoscritta del pianeta. Le vicende, che scorrono sullo sfondo di un paesaggio a metà tra architettura brutalista e una casa delle bambole, si disvelano attraverso gli occhi dei bambini, che guardano al mostruoso mondo degli adulti con lo sguardo di chi spera ancora in una svolta che trasformi questo mondo in un luogo incantato, ripulito dagli orrori e dal dolore.

Il sogno, il tema del doppio, le note di canti intonate da voci infantili che risuonano sospese, la fuga dal reale, le inquadrature che somigliano a tableaux vivant: il film di Nicolangelo Gelormini somiglia a un film di Hitchcock con incursioni di surrealismo. Ma Fortuna non è un film surrealista, e la cruda verità va al dà del singolo racconto, al di là del sogno e al di là della finzione patinata del cinematografo. 

Arianna Caserta