Voto

7

Nonostante siano passati solo tre anni dal loro ultimo lavoro, il nuovo disco dei Foo Fighters sa a tutti gli effetti di ritorno. Un po’ perché il precedente tour non andò come previsto a causa dell’infortunio che costrinse Dave Grohl a esibirsi su un trono di chitarre, e un po’ perché lo stesso Sonic Highways, nonostante l’omonima Serie TV sia un’appassionante ricerca sulle origini del sound delle più influenti città americane, non fu l’album più convincente della loro carriera.

Quale occasione migliore, quindi, per rimettersi in gioco? Si riparte da un nuovo produttore, Greg Kurstin, già al lavoro con Adele, Beck, Pink e molti altri. “I don’t wanna be king/I just wanna sing a love song/Pretend there’s nothing wrong/You can sing along with me” recita Dave Grohl in T-Shirt, apripista acustica che si dilata in un maestoso tripudio pop rock per introdurre Run, primo singolo promozionale. Dalla terza traccia, Make It Right, che vede la partecipazione di Justin Timberlake, si delinea la caratteristica principale dei Foo Fighters: la coesione.

Nessuna delle tracce della nona fatica in studio dei Foos, infatti, sorprende l’ascoltatore; perché dovrebbe, dopo tutto? Ventidue anni di carriera alle spalle e un sound che è ormai un marchio di fabbrica sono una garanzia di per sé, ed è così che buona parte dei brani di Concrete and Gold, nonostante qualche perplessità sul potenziale sciupato di tracce come l’incompiuta Arrows, scorre efficacemente.

La power ballad The Sky Is a Neighborhood, che nei cori ricorda Because dei Fab Four, La Dee Da, una White Limo (2011) più distesa, l’acustica e beatlesiana Happy Ever After (Zero Hour), e la psichedelica Sunday Rain, in cui il batterista Taylor Hawkins passa il testimone a Paul McCartney dedicandosi alle parti vocali, sono esempi emblematici del rassicurante equilibrio che pervade Concrete and Gold.

Christopher Lobraico