Da quando internet ha permesso a chiunque di creare e condividere contenuti video in modo semplice e immediato, grazie all’accessibilità di piattaforme come YouTube o Vimeo, si è verificata la rinascita di un genere che esiste dagli anni ’50, ma che è spesso stato relegato all’interno di una nicchia ristretta: il video essay, o visual essay. Si tratta di un contenuto video della durata di pochi minuti, che sviluppa un’analisi cinematografica attraverso lo stesso linguaggio dell’oggetto che si propone di indagare, solitamente concentrandosi su un certo elemento filmico o una specifica tecnica, poetica o corrente stilistica. L’accostamento di spezzoni di diversi film, autori ed epoche crea infatti associazioni significanti ed evocative, che spetta al fruitore decodificare e interpretare, eventualmente supportato da un commento fuori campo.

Come sostiene il regista d’avanguardia Hans Richter, il video saggio è un format capace di creare “immagini per nozioni mentali” e di “ritrarre concetti”. Partendo da questi concetti, i teorici successivi hanno individuato i tratti specifici del video essay: libertà creativa, complessità, riflessività, attraversamento dei generi e trasgressione delle convenzioni linguistiche. Un esempio celebre è il lungometraggio F come Falso di Orson Welles, che anticipa in modo geniale le trovate moderne del movimento; ma anche riviste di settore, come l’inglese Sight & Sound o la nostrana Filmidee, si sono cimentate nella produzione di saggi visuali didattici.

Negli ultimi anni questo format ha visto una crescita esponenziale, e per questo la Fondazione Prada ha deciso di sviluppare un progetto online di 8 video essay: saranno pubblicati a ritmo mensile sul sito della Fondazione e sul canale YouTube dell’iniziativa e commissionati dai curatori Luigi Alberto Cippini e Niccolò Gravinache a cineasti, intellettuali e studiosi di tutto il mondo. La rassegna si intitola Finite Rants e ha uno scopo ben preciso: dimostrare l’accessibilità, la versatilità e l’attualità del saggio visuale nell’esprimere un pensiero critico, coerentemente col panorama crossmediale in cui siamo immersi.

Il modello alla base del progetto è il capolavoro di Chris Marker La Jetée (disponibile nella Videoteca di MUBI) in cui la storia distopica viene messa in scena esclusivamente attraverso fotografie, dunque negando il movimento all’immagine. La sfida di Finite Rants è quella produrre opere di video arte a partire da materiali grezzi, coniugando un messaggio sociale e politico alla sperimentazione visiva. A oggi è disponibile solamente il primo: Werewolves Playoffs, frutto della collaborazione fra l’artista visuale Satoshi Fujiwara e il regista tedesco Alexander Kluge. I due, montando filmati di comizi politici, telegiornali e video sulle teorie del complotto, riflettono sull’ossessione dell’individuo contemporaneo per l’analisi politica e la sua manipolazione da parte di internet e dei media mainstream. I prossimi autori coinvolti saranno il regista francese Betrand Bonello e l’economista svizzero Christian Marazzi.

A proposito di video essay, anche MUBI ha sviluppato un progetto sul tema, in collaborazione con FILMADRID International Film Festival: il progetto The Video Essay, una serie di saggi visuali legati alla storia e alla critica del cinema, quindi discostandosi dal concetto di videoarte. I filmati sono offrono un’ulteriore chiave di lettura anche di opere che nel corso del tempo sono già state sviscerate in ogni loro sequenza. In Anna/Nana/Nana/Anna, ad esempio, viene proposto un approccio prettamente didascalico per analizzare il rapporto fra le attrici Anna Sten e Anna Karina. Al contrario, il flusso delle immagini è il protagonista assoluto di Hypnotic Sea/nema, che analizza il valore enigmatico e ipnotico del mare, ma anche di Axes! Axes!, che indaga l’uso della violenza nella opere di Straub&Huillet e come questa venga messa in scena seguendo le regole della tragedia classica e del teatro di Bertolt Brecht.

Davide Rui