Voto

8

Dopo tre anni di silenzio i Fleet Foxes pubblicano, a sorpresa, Shore: un’uscita che, nonostante la mancanza totale di sponsorizzazione e pubblicità, non passa inosservata. Robin Pecknold, frontman del gruppo, aveva cominciato a lavorare all’album nel 2018 a conclusione della tournée di Crack up con l’idea di trovare un nuovo approccio compositivo, cercando di distaccarsi quanto più da quella via sincopata e sperimentale che aveva intrapreso con l’uscita del 2017.

Il risultato è la nemesi di quel disco: come yin e yang, Crack up e Shore si compensano e completano. Pecknold ci presenta la complessità della vita e la sua convivenza costante con la morte. La chiave di lettura non è apocalittica: una speranza non illusa ma matura è la vera protagonista. In un periodo di pandemia, confusione e perdita delle proprie sicurezze sia esteriori che interiori, la serenità che trasmette questo disco è una boccata d’aria fresca. Rincuorante, avvolgente e allo stesso tempo intriso di una saggezza antica che rimanda al valore delle piccole cose, le melodie “parlano” di semplicità, gratitudine per la vita e il mondo in tutte le sue sfaccettature. E di queste sfaccettature Shore è pieno anche livello musicale: i dettagli sonori utilizzati in ogni brano sono infiniti e creano una serie di armonie, spesso disarmoniche (Maestranza, Quiet Air / Gioia), che connettono l’ascoltatore direttamente con la natura anche grazie all’utilizzo di suoni “naturali” come i cinguettii o lo scroscio dell’acqua.

Epifania sul valore della vita, Shore è uniformemente splendido e prova dell’incredibile capacità di Pecknold di costruire melodie e testi, creando una costa su cui riposarsi a contemplare l’immensità con il cuore pieno di gioia e gratitudine.

Giulia Tonci Russo