Voto

8

Dopo sei anni da Helplessness Blues tornano prepotentemente sulle scene i Fleet Foxes. Non siede più dietro i tamburi Josh Tillman, adesso conosciuto come Father John Misty, ma il vibe sognante di Pecknold e soci è tutt’altro che immutato.

Il loro ultimo lavoro in studio, Crack-Up, è un album maestoso: le sensazioni che trasmette, con la sua pacatezza e il suo forte attacco emozionale, proseguono con naturalezza la linea del gruppo di Seattle, che con questo disco si conferma essere fuori dal tempo. La lunga suite, da ascoltare per intero senza interruzioni, abbraccia l’ascoltatore lentamente, scaldandolo e guidandolo come un amico sicuro. Non c’è bisogno di canzoni canoniche per navigare nel folk sperimentale dei Fleet Foxes: gli unici due momenti vagamente “sulla Terra” arrivano alla fine del disco (Fool’s Errand, il singolo, e I Should See Memphis, ballata stile Johnny Cash) e in modo abbastanza sapiente da non interrompere il flusso di chitarre acustiche, piccoli fiati e infinite armonie di voci che pervadono tutto il lavoro. I testi si sposano alla perfezione con le note, creando un tripudio di tematiche intimiste e potenti che si rifanno anche al passato del gruppo.

Il titolo Crack-Up contiene la storia della band: fatte a pezzi e senza sapere bene come ripartire, le volpi di Seattle sono riuscite a rimettere insieme le proprie macerie e costruire un faro destinato a guidare nelle notti più buie le orecchie affamate di musica.

 

Federico Bacci