Tra le novità di maggio del catalogo Netflix fa la sua comparsa Flags of our fathers (2006), che si affianca ad American Sniper (2014) come sola altra opera diretta da Clint Eastwood disponibile sulla versione italiana della piattaforma. E si tratta proprio di due degli esiti più controversi della filmografia eastwoodiana, in cui l’impianto ideologico sotteso alla società statunitense è sfidato, aggredito e pestato, per poi essere riaffermato e rilanciato in quella sfavillante armatura iconografica e simbolica (Bibbia, fucile, bandiera a stelle e strisce) con la quale governa il nostro pianeta. Il contesto è quello della battaglia di Iwo Jima, una delle più significative e, ancora una volta, simboliche vittorie statunitensi nel quadro della seconda guerra mondiale.

È il 1944 e gli Stati Uniti sono impegnati nel Pacifico sul fronte giapponese: dopo aver riportato una sanguinosa vittoria a Saipan e aver conquistato le Isole Marianne, i marine si preparano a far propria l’isola di Iwo Jima, uno degli ultimi avamposti nipponici in difesa dell’arcipelago principale, orchestrando lo sbarco sull’isola di oltre 70000 combattenti. A soli cinque giorni dall’inizio della battaglia, le forze statunitensi raggiungono la vetta del Monte Suribachi e un manipolo di sei soldati semplici, tra cui l’ufficiale medico Bradley, si assicura un posto nella storia, immortalati nel gesto di issare la bandiera degli Stati Uniti sulla cima dell’altura.

La battaglia sarebbe durata per altre tre settimane, ma quella fotografia fa il giro del mondo, viene stampata sulle prime pagine di tutti i quotidiani e convince il comando bellico centrale a richiamare in patria i suoi protagonisti, simboli di quel sentimento patriottico che fa mettere mano al portafoglio ai cittadini in patria per finanziare una guerra che altrimenti non avrebbe avuto continuazione. Il victory tour di Bradley e dei camerati Hayes e Gagnon è rappresentato da Eastwood in tutta la sua essenza posticcia e pacchiana: partite di football, danze e cene imbellettate con ricchi finanziatori fanno maturare il malessere di tre soldati semplici, o meglio, di tre uomini semplici, improvvisamente assurti allo stato di “eroi”, gloriosi rappresentanti di una nazione vittoriosa ma in fondo niente più che marionette governate dallo sguardo avido di gloria di un popolo che ha già sacrificato tutto.

Svelando il carattere ambiguo della retorica della vittoria, la forma senza significante della figura dell’eroe, Eastwood ne riafferma tuttavia la semantica, rilanciando i valori sottesi a quella stessa ideologia. Premia l’onore del combattimento; esalta l’integrità dei militari statunitensi versus la codardia dei nemici (vilmente addestrati a riconoscere e colpire gli ufficiali medici, ad esempio); idealizza il cameratismo fraterno di chi ha combattuto e ridisegna i contorni del nuovo eroe americano. Non l’eroe-fantoccio applaudito in patria nel bel mezzo di una partita di football, ma l’eroe-uomo comune inviato al fronte e impegnato a difendere i valori autentici della Patria, proprio come l’american sniper Chris Kyle.

Un nuovo (anti)eroe eastwoodiano che, mettendo in discussione l’etica bellica, riconferma la solidità dei suoi principi tra partite di caccia con papà e parabole bibliche su lupi e agnelli. A poco valgono le dichiarazioni post-datate di Eastwood sulla propria contrarietà alla Guerra in Iraq: nel 2006 gli Stati Uniti sono un paese in guerra e i valorosi marines di Iwo Jima sul grande schermo non possono che rispecchiare una nuova generazione al fronte, inviata al macello dallo stesso apparato ideologico che dopo la seconda guerra mondiale ha bruciato giovani vite in Corea,  Vietnam e Afghanistan. Per combattere in Iraq servono gli stessi war bond che aveva raccolto il 7th bond tour di Bradley & co. e occorrono gli stessi modelli eroici che aprano i rubinetti monetari. È questo il contesto in cui Flag of our fathers è realizzato e rilasciato. Non è un caso se nel 2016 – con la cauta e consueta distanza temporale dagli eventi descritti – Ang Lee porta in scena una manovra di finanziamento alla Guerra in Iraq quasi del tutto sovrapponibile a quella dei marine del 1945 in Billy Lynn – Un giorno da eroe.

Siamo nel 2004, nel pieno della raccolta fondi per l’Iraq, e il giovane soldato Billy Lynn, proprio come il terzetto di Eastwood, si trova catapultato in una trappola mediatica più grande di lui: una videocamera lo immortala provvidenzialmente nel gesto di trascinare al sicuro dalla battaglia un commilitone e in un attimo è assurto a simbolo nazionale di coraggio e sacrificio. Tuttavia, se la psicologia dei reduci Bradley e Haynes è monodimensionale e approssimativa, quella di Billy Lynn viene scandagliata più in profondità, lasciando emergere una paralisi post traumatica anche e soprattutto emotiva. È proprio questa ambivalenza nel trattamento dell’ideologia bellica statunitense a rendere Flag of our Fathers un film profondamente diverso dal gemello Lettere da Iwo Jima (2006), il film che Eastwood realizza lo stesso anno narrando il medesimo episodio storico dalla prospettiva opposta dei soldati giapponesi.

Nel secondo, infatti, l’ineluttabilità della sconfitta giapponese fa emergere il drammatico scontro tra la dimensione privata dei soldati semplici – uomini comuni ritrovatisi soldati, proprio come le controparti nemiche – e il rigido codice d’onore imperiale (peraltro abbastanza stilizzato dallo sguardo occidentale), ma non ci sono eroi. La scrittura indugia qui sulla responsabilità individuale dei soldati e problematizza l’obbedienza acritica agli ordini dei superiori, ma è priva di alcuna iconografia: niente simboli né dei combattenti. Questi non appartengono al Giappone, né a nessun’altra nazione, bensì sono prerogativa inalienabile degli Stati Uniti d’America e tali devono restare agli occhi del mondo.

Giorgia Maestri