Voto

7

Con First Man – Il primo uomo – che avevamo visto in anteprima a Venezia – il giovane Damien Chazelle prende le distanze dalle tinte prorompenti e sfavillanti del musical che gli è valso successo e fama internazionale – oltre a un Oscar alla miglior regia nel 2016 – e affronta la Storia, portando sullo schermo gli anni più intensi della carriera dell’astronauta Neil Armstrong, culminanti nel celebre allunaggio del 1969.

Rifiutando formule retoriche e intenti celebrativi, Chazelle mette in scena le fragilità e le insicurezze di un uomo alle prese con l’elaborazione del lutto della figlioletta Karen, strappata ai genitori da una malattia all’età di un anno, e la ricostruzione di un’armonia familiare straziata dal dolore e ancora traballante. La corsa statunitense allo Spazio, altrove celebrata come un rapido susseguirsi di successi e conquiste, è qui ritratta senza orpelli edulcoranti e indugia sulle perdite, gli errori e le sconfitte causate da una competizione irrazionale e assoluta.

Che proprio Neil Armstrong sia stato il “primo uomo”, infatti, – e qui sta il pregio del film – pare quasi frutto di casualità e negligenza altrui, più che di naturale vocazione all’eroismo del protagonista. Le insistenti riprese delle superfici interne delle astronavi, gli scricchiolii del metallo e l’uso di tecnologie che allo spettatore di oggi appaiono tanto obsolete e fragili non fanno che rafforzare l’impressione che l’impresa di Armstrong e la sua stessa sopravvivenza siano state affidate alla sorte più che all’ingegno di una nazione.

I primissimi piani, i particolari dei volti e l’uso reiterato di camera a mano che si impongono sin dalle prime sequenze, per quanto possano evocare con successo il senso di oppressione, inquietudine e piccolezza dell’uomo schiacciato dagli spazi infiniti sopra di lui, risultano destabilizzanti, rendendo a volte persino difficoltoso cogliere per intero il volto del protagonista. L’insofferenza verso simili scelte è ripagata dalle magnifiche sequenze dell’allunaggio, in cui, finalmente, l’inquadratura si apre in ampie panoramiche della superficie lunare. Qui l’improvviso miglioramento della qualità dell’immagine (abbandonando la grana opaca che fino a questo momento aveva accompagnato la narrazione), contestualmente alla scelta di privare le immagini lunari della componente sonora, colpisce lo sguardo dello spettatore, lasciandolo senza fiato.

Piccola postilla di demerito: dopo i meravigliosi ritratti di Mia e Sebastian di La la land (2016), pari e uguali in sogni, ambizioni e successi, risulta deludente il ritratto della moglie di Neil, Janet (Claire Foy), ridimensionato in un ruolo di ombra e sostegno al marito, connotato da una forte carica emotiva e strettamente rilegato alla dimensione domestica.

Giorgia Maestri

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