Come si parla di una terra sconosciuta? Oggi più che mai ci sentiamo “ai confini del mondo conosciuto”, come recita l’espressione latina Finis Terrae, che in senso letterale indicava anche “il confine della Terra”, oltre il quale c’era, presumibilmente, soltanto il mare. Oggi più che mai, la paura di quel mare si fa sentire, e il bisogno di sapere cosa ci aspetta nel futuro si tramuta in una devozione disperata verso ciò che meglio conosciamo e ci dà conforto, per distoglierci dal pensiero che, da un momento all’altro, potremmo perderle. Finis Terrae è anche il titolo dell’ultimo lavoro di Tommaso Frangini, cortometraggio selezionato alla 35a Settimana Internazionale della Critica, che restituisce proprio questa atmosfera, pur prendendo le distanze dai plurimi tentativi (cinematografici e non) di analizzare in modo esplicito e didascalico le peculiari circostanze del presente che stiamo vivendo.

Dopo i due cortometraggi fantasy Ecate e La Peste, Finis Terrae ci porta invece in un territorio intimo e personale; abbandoniamo cavalieri e alchimia per addentrarci nel viaggio introspettivo di due amici che nel momento della loro separazione non riescono più a comunicare. Ciò che spinge i due protagonisti, Travis e Peter, ai confini del conosciuto è il loro rapporto, un legame che si prepara a spezzarsi, o a venire trasformato radicalmente dagli eventi. Motore dei cambiamenti tra Peter e Travis è la partenza di quest’ultimo per un master universitario, che stravolgerà una solida amicizia di vecchia data e aprirà spazi a incertezze e incomprensioni. I due scelgono di dirsi addio con un breve viaggio, durante il quale emergono le loro differenze inconciliabili.

Prima ancora di rendere manifesta la sua insoddisfazione, Peter mostra de sé le fragilità, il suo sguardo languido si perde nel vuoto e le mani piene di cerotti si toccano nervosamente. Travis sembra invece porsi con risoluzione rispetto alla debolezza dell’amico, e affronta il distacco con più naturalezza, consapevole, ma senza sensi di colpa, di doverlo lasciare solo, e fragile, ad affrontare le sue paure. Alla riflessività un po’ nichilista di Peter risponde la pragmaticità di Travis. Non si scontrano solo due personalità, ma due differenti approcci alla vita: un conflitto che corrisponde a una diversa maturazione personale e a diversa una certa presa di coscienza di sé. Viene così messo in scena quel momento di transizione nella vita adulta, quel grande cambiamento, per lo più fatto di eventi contingenti, che segue la turbolenta fase adolescenziale, ma che è altrettanto disorientante e complicato; e che qui assume i contorni di un’amicizia che finisce.

Il viaggio introspettivo dei due amici diventa il nostro. Chi non ha mai percepito l’incomprensione e l’abbandono di un amico come un doloroso atto di crescita? Quando l’altro diventa sconosciuto, non si ha più che se stessi. Finis Terrae invita a rispecchiarci nello schermo, empatizzando con una situazione e una sensazione fin troppo familiari. Sta a noi identificarci con Peter, che emblematicamente rappresenta l’inetto, il pessimista, l’insoddisfatto, o con Travis, al contrario il ragazzo “di successo”, fiducioso e deciso. Proprio a questo punto ci troviamo sospesi nei giudizi: ognuno pare avere le proprie ragioni. Non vi è un buono e un cattivo, come vorremmo che fosse, per semplificarci le cose, ma solo una difficile serie di domande esistenziali che non possiamo fare a meno di porci, e che neanche hanno una risposta. Siamo davvero ai confini del mondo conosciuto.

Carola Visca