Tornato per la prima edizione post-pandemia, il FilmMaker Festival ha portato quest’anno una selezione ridotta di film in concorso – per ovvi motivi -, scegliendo di concentrarsi sulle nuove sezioni, tra le quali spicca Teatro Sconfinato, film che lavorano sul testo teatrale con stili e approcci innovativi.

Fedeli d’amore, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, Italia 2021

Fedeli d’amore diretto da Marco Martinelli, uno dei migliori lungometraggi presenti al festival, sfrutta proprio le suggestioni visive del medium cinematografico per potenziare il monologo di partenza: politico, rabbioso ma anche poetico e melanconico, il trapasso di Dante Alighieri viene messo in scena unendo il rigore storico che riecheggia il progetto televisivo di Cottafavi e il lirismo necessario per materializzare la Commedia.

Fuori dai teatri, Rä di Martino, Italia 2021 e Diteggiatura, Riccardo Giacconi, Italia 2021

Rä di Martino e Riccardo Giacconi adottano invece l’approccio documentaristico rispettivamente per Fuori dai teatri e Diteggiatura. Il primo cortometraggio descrive la rocambolesca vicenda del Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera, che da realtà indipendente diventa uno degli spazi artistici più noti d’Europa, ospitando grandi nomi internazionali come l’Odin Teatret. Le testimonianze dei fondatori, recitate in tempo reale da attori, diventano il tramite performativo di un racconto storico, permettendo al progetto di emanciparsi da una mera funzione didattico-informativa e di proporre una riflessione di più ampio respiro sull’atto del recitare. In Diteggiatura, invece, di attori non vi è traccia, anche perché, in questo cortometraggio sperimentale, protagoniste assolute sono le marionette usate negli spettacoli della compagnia Colla, che in un monologo scritto da una rete neurale guidano il pubblico in un viaggio straniante che mette in relazione il mondo della tradizione al presente/futuro dei robot.

Train Again, Peter Tscherkassky, Austria 2021

Peter Tscherkassky con Train Again realizza una sinfonia cinetica partendo da materiali cinematografici sul treno, inteso come emblema dell’ossessione per il movimento che caratterizza il cinema fin dalla sua nascita. Partendo da opere preesistenti, il regista scioglie le convenzioni linguistiche e fonde situazioni ed epoche diverse in un’unica amalgama dotata di vita propria.

How Do You Measure a Year in the Life?, Jay Rosenblatt, USA 2021

In How Do You Measure a Year in the Life? Jay Rosenblatt riprende la figlia il giorno del suo compleanno, dai 2 ai 18 anni. Il cortometraggio mette così al centro della riflessione non solo lo scorrere del tempo, ma anche l’evolversi del rapporto interpersonale tra un padre e una figlia in momenti complessi come l’infanzia e l’adolescenza.

A river Runs, Turns, Erases, Replaces, Zhu Shengze, Cina/USA 2021

A River Runs, Turns, Erases, Replaces di Shengze Zhu, vincitore dell’edizione, è una sequenza di quadri fissi sulla città di Wuhan, sporadicamente accompagnati da riflessioni finzionali degli abitanti. Il fiume, che unisce e divide al tempo stesso il territorio, diventa un simbolo per tematizzare il gap generazionale, riflettendo su come la vecchia generazione, ancora legata a un mondo agricolo, sia stata catapultata nel pullulante capitalismo cinese, con la conseguente trasformazione del paesaggio naturale e cittadino.

The Kennel, Demetrio Giacomelli, Italia 2021

Altro vincitore del festival, The Kennel di Demetrio Giacomelli: un pastiche che unisce goffamente linguaggi audiovisivi moderni, legati al mondo dei social media, e tropi del cinema classico, sulla scia di Bresson. Un esperimento eversivo che arriva a giocare con l’immaginario visivo degli anni di piombo, tra il cinema politico e il poliziottesco, ma senza affrontare a fondo questi testi e limitandosi ad adottarne semplicemente l’estetica.

Il mare che non muore di Caterina Biasiucci, Italia 2021 e Italia, teorie per un film di famiglia di Mario Blaconà, Italia 2021

Il mare che non muore di Caterina Biasiucci e Italia, teorie per un film di famiglia di Mario Blaconà. Da una parte un racconto messo in scena attraverso una selezione di home movie e filmati di repertorio che si aggiunge a una lunga serie di progetti simili – culminati l’anno scorso nel meraviglioso Le Grand Viveur (2020) di Perla Sardella. Blaconà, invece, partendo da un contesto familiare molto intimo distrugge dall’interno questo movimento cinematografico, giocando con la realtà e la finzione mentre mette in scena topoi tipici di produzioni simili. Questi due film sembrano funzionale meglio insieme che presi singolarmente, andando a formare un dittico forse improbabile, ma molto affascinante, sulla memoria e il rimosso collettivo e individuale.

Ora sono diventata foresta di Irene Dorigotti e Le Iugement di Alberto Baroni

Ora sono diventata foresta di Irene Dorigotti e Le Iugement di Alberto Baroni (Fuori Concorso). Entrambi sfruttano la foresta come luogo cinematografico misterico: nel primo caso viene presentata attraverso un montaggio veloce quanto ipnotico, accompagnato dalla costante presenza musicale; nel secondo invece l’accompagnamento sonoro lascia il posto al silenzio assoluto che permette di concentrarsi sui gesti nella loro ripetizione.

Caricaturana e Plastic Semiotic, Radu Jude, Romania 2021

Una menzione speciale ai due nuovi corti del regista rumeno Radu Jude che continua la sua riflessione sui mezzi di comunicazione. In Caricaturana, sfruttando le 101 pose di Robert Macaire di Honoré Daumier, ripropone l’effetto Kulešov unendo uno dei capisaldi della teoria cinematografica con un fatto di attualità tanto banale quanto divertente – la presunta esplosione di una delle candele aromatizzate alla vagina di Gwyneth Paltrow. Plastic Semiotic accosta invece la storia di un essere vivente, dalla nascita alla morte, a quella dell’intera umanità, attraverso composizioni a diorama fatte con giocattoli di plastica. Il film si regge sulla fluidità che contraddistingue il simbolo nel contemporaneo, in cui anche il fatto più drammatico o conturbante può essere deformato immediatamente, e denuncia la mercificazione del sesso, tale da poter essere paragonato al mercato dei giocattoli – ormai smaliziati e dall’innocenza perduta.

Atlantide, Yuri Ancarani, Italia 2021

Il film di apertura, Atlantide è documentario nella realizzazione che abbraccia però il linguaggio della finzione, permettendo di raccontare in modo schietto quanto viscerale la vita quotidiana degli adolescenti veneziani, che passano le loro giornate incontrandosi in laguna e sfrecciando con i barchini per i canali. L’estetica da cartolina-di-Venezia viene spazzata via brutalmente e sostituita da un mondo meno poetico (ma più onesto), in cui l’incertezza del futuro domina la visione dei giovani, insieme alla musica della DPG (al progetto ha collaborato Sick Luke). Ma alla fine, come dice lo stesso Ancarani, quello che accade nel film è inutile, perché non è che un semplice mezzo per arrivare alla magnifica e indecifrabile sequenza finale: siamo nel mondo degli spettri? Una rinascita è possibile? Tutto, nel mondo ribaltato di Atlantide, può materializzarsi.

Davide Rui