Quarant’anni fa nasceva a Milano il festival cinematografico che avrebbe completamente trasformato il panorama artistico e culturale della metropoli. Punto di riferimento per chi è alla ricerca di un cinema diverso da quello solitamente proposto dalle distribuzioni, sempre meno propense a rischiare, Filmmaker porta sul grande schermo tanto i corti di chi è agli esordi quanto i lungometraggi dei grandi maestri, con una lungimiranza che è spesso stata confermata dal tempo. Nomi come Enrico Ghezzi, Frederick Wiseman, Wang Bing, Bertrand Bonello, Miguel Gomes e tantissimi altri hanno mosso i primi passi proprio con Filmmaker, divenendo poi alcune delle figure di riferimento del panorama culturale italiano e internazionale.

Nonostante le limitazioni imposte dalla situazione sanitaria di quest’anno, l’edizione numero 40 riflette su quella che è e sarà la dimensione del festival cinematografico nel panorama culturale milanese: una commistione ideale di grandi nomi e figure emergenti, uniti nella sperimentazione cinematografica. Ma la nota davvero positiva di questa edizione è che le migliori proposte provenivano tutte dal nostro paese, segnale di capacità e visioni cinematografiche mai sopite e che il circuito mainstream continua a non riuscire a valorizzare.

Guerra e pace, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Italia | Film di apertura

Criminalmente escluso dal Concorso Venezia 77 (in cui si è preferito Notturno di Rosi) e relegato nella sezione Orizzonti, l’ultimo lavoro della coppia di documentaristi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti è il migliore lungometraggio italiano dell’anno. Guerra e Pace è una profonda riflessione sul rapporto tra le immagini e i conflitti bellici. Il lavoro di restauro della prima parte, fatto su preziosi filmati di guerra riguardanti l’invasione italiana della Libia condotta nel 1911, rende l’immagine il veicolo di ricordi scomodi, fatti di impiccagioni arbitrarie e reflussi di colonialismo, che tornano a galla, dopo anni di rimozione dalla memoria collettiva, ridotti a una fredda pagina di storia. Nella seconda parte, che documenta una tipica giornata all’Unità di Crisi della Farnesina, si mostra come le immagini di violenza provenienti da tutto il mondo vengano proiettate in tempo reale su grandi schermi. Immagini che non provengono più da cineamatori o cineasti, ma da persone qualsiasi, che nell’era della riproducibilità dell’immagine ne diventano il tramite più diretto. Il documentario si chiude con l’addestramento di un gruppo di soldati francesi addetti alla cattura di immagini: ecco che la fotografia e il cinema smettono di essere solo propaganda e diventano documento, fonte, testimoni cruciali in conflitti combattuti con immagini sempre più modificati e modificabili. Questa esercitazione militare sembra una messa in scena di un film d’azione hollywoodiano: la finzione si è trasformata in realtà. 

Il silenzio del mondo, Riccardo Palladino, Italia | Filmmaker Moderns

Con una Beaulieu in 16 mm e una narrazione rassicurante che ricorda l’ASMR, Palladino cattura l’immagine residua di un pomeriggio lontano nel tempo. Il contrasto tra ozio e operosità; lo scontro tra la natura semplice e statica, lo scorrere dell’acqua, una donna che legge in riva a un fiume e un mondo artificiale caratterizzato dall’azione umana e dal movimento; il dissidio morale tra il fare e il non fare si concretizza in inquadrature fisse e tranquillizzanti, che si oppongono impetuose sequenze di movimento. Un uso delle immagini che ricorda le prime opere di Franco Piavoli, come Sul Lago di Garda (1959) e Domenica Sera (1962), in cui il tempo si cristallizza, permettendo di concentrarsi sui più piccoli mutamenti del mondo messo in scena e della composizione dell’inquadratura. Lontano da un certo cinema sperimentale asettico, quasi scientifico, Palladino rincorre la grande tradizione italiana che dipinge una natura estremamente vicina alla condizione umana.

Il secondo principio di Hans Liebschner, Stefano P. Testa, Italia | Prospettive

Lab 80 si conferma ancora una volta la casa produttrice italiana più all’avanguardia e indipendente dalle logiche mercato. Il viaggio del regista Stefano Testa inizia con l’acquisto di una serie di materiali video amatoriali in un mercatino di Bergamo, una vasta collezione di home movie realizzati da un’unica persona: Hans Liebschner, tedesco di nascita ma italiano di adozione. In questi filmati, che spaziano dagli anni Sessanta al primo decennio del Duemila, viene riassunta tutta l’esistenza dell’uomo: la nascita e la crescita dei figli, l’amore nei confronti della moglie e la grande passione per il videomaking. Lo scorrere del tempo viene segnato visivamente non solo attraverso il progressivo cambiamento dei supporti utilizzati da Hans per riprendere la sua famiglia (dalla pellicola al digitale, passando per il nastro), ma anche tramite le riprese stesse, che in poco più di un’ora comprimono conflitti, amori e scelte che normalmente avvengono nell’arco di decenni. 

Le Grand Viveur, Perla Sardella, Italia | Prospettive

Found footage realizzato a partire al ritrovamento di una serie di filmati amatoriali girati a Rimasco tra gli anni Sessanta e Settanta da un uomo misterioso quanto affascinante: Mauro Lorenzin, presente a ogni evento pubblico del paese per riprendere tutto ciò che avviene e le persone che popolano questi spazi. Gli abitanti lo considerano un tipo strano, e proprio per questo ormai non fanno neanche più caso a quando e quanto li riprenda. Perla Sardella si imbarca in un viaggio composto dalle sole immagini di Lorenzin e dal commento scritto da lei stessa, per ricostruire la figura di un documentarista sui generis capace di cogliere inconsapevolmente quelli che sarebbero stati gli ultimi bagliori della società contadina montana, ormai svuotata dal trasferimento dei giovani nelle grandi città. In virtù della sua invisibilità, Lorenzin ha infatti realizzato ritratti estremamente vividi del mondo umano che lo circondava, restituendoci un documento ancestrale impossibile da comprendere fino in fondo, ma talmente misterioso da non poter smettere di affascinare.

La casa dell’amore, Luca Ferri, Italia | Fuori Concorso

Luca Ferri è il più giovane regista italiano ad avere ottenuto una retrospettiva personale alla Cineteca Nazionale, in cui si susseguono film estremamente diversi per tecnica e formato, dalla pellicola in 16 mm Dulcinea (2018) alla VHS Pierino (2018); tutti lavori accomunati da un’eccelsa cura estetica capace di valorizzare a pieno il soggetto trattato. Con La casa dell’amore il regista torna nella dimensione della non fiction, rifacendosi all’omonima opera di Carlo Carrà, per descrivere la vita quotidiana e professionale di Bianca, una transessuale che si prostituisce nel suo appartamento di Milano – e salita agli onori della cronaca nera. Il documentario, girato in digitale, presenta una serie di tableaux vivent di rara bellezza, in cui le personalità dei clienti vengono contrapposte a quella di Bianca, facendo emergere una straziante lontananza affettiva che culmina in un lungo, delirante e morettiano monologo di un cliente cinefilo che accomuna un pompino del film pornografico Una ragazza molto viziosa (1988) al taglio dei capelli di Falconetti ne La Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer (1928). Prendendo le distanze dal documentario nella sua concezione più stretta, Ferri, come un pittore, ritrae una sua personale visione del soggetto trattato.

City Hall, Frederick Wiseman, USA | Fuori Concorso

Nel fluviale percorso cinematografico di Frederick Wiseman, che racconta e mappa le istituzioni americane, non poteva mancare il municipio, cuore pulsante di ogni città. Dopo aver ricevuto una serie di rifiuti da parte di varie città, il regista è stato accolto da quella che gli ha dato i natali: Boston. City Hall è un’allegoria del buon governo, non dissimile dall’opera di Lorenzetti. Il mondo documentato dal regista vuole infatti essere la rappresentazione ideale di come le cose dovrebbero funzionare, in cui le linee guida vengono imposte da un macrocosmo organizzativo e messe in pratica da un microcosmo di enti e fondazioni. Sono concetti che rappresentano il nocciolo della filmografia del regista, basti pensare a Welfare (1975), State Legislature (2007) o Domestic Violence 2 (2002), ma che qui vengono ancora una volta reinterpretati per raccontare un’altra America, lontana dal populismo trumpiano ma vicina alle esigenze delle minoranze e alle loro comunità. City Hall è anche un meraviglioso ritratto di Boston, incluse le problematiche e i cambiamenti di una realtà così dinamica e multiculturale. Questioni presenti e documentate già in Public Housing (1997), High School II (1994), Juvenile Court (1973) e In Jackson Heights (2015) e che continuano ad affliggere la società americana.

Davide Rui