Dal 25 novembre al 4 dicembre Milano ha ospitato il Filmmaker Festival, la più ribelle e controcorrente mostra cinematografica in circolazione da oltre trent’anni. Quest’anno lo Spazio Oberdan e l’Arcobaleno Film Center sono stati i luoghi in cui tutti gli autori del festival hanno avuto possibilità di farsi conoscere, al fianco dei grandi classici che riprendevano vita sul grande schermo. Come per ogni edizione, il Filmmaker ha ospitato una grande varietà di sezioni (Concorso internazionale, Fuori concorso, Prospettive, Prospettive fuori concorso, Retrospettive, Fuori formato, Filmmaker off, Filmmaker moderns, Natura selvaggia e Filmmaker by night), quest’anno senza lasciarsi ingannare dalle convenzioni della durata e preferendo lasciare spazio ai “giustomettracci”, come sottolineato da tutti i comunicati stampa.

Il tema centrale della manifestazione emerge fin dal film d’apertura, che veste un lungo abito anarchico: Nocturama, pellicola del regista francese Bertrand Bonello, porta avanti un percorso che che fa della ricerca e della novità le sue caratteristiche fondamentali.

Pays de Cocagne (Pierre Etaix, Francia,1971) 
Riproposto allo Spazio Oberdan dopo un grande lavoro di restauro, il film documentario Pays de Cocagne (Pierre Etaix, 1971, Francia) indaga sullo sviluppo della società francese a partire dal maggio 1968. Il regista, più volte paragonato a grandi studiosi in macchina da presa come Pier Paolo Pasolini, documenta con occhio critico il cambiamento degli usi e costumi del popolo francese in seguito alle rivoluzioni giovanili di quegli anni. Allievo di Jacque Tati, Etaix ama servirsi della gag come strumento di critica verso il mondo che lo circonda: in Pays de Cocagne non mancano scene in apparenza esilaranti che celano un secondo significato, principalmente volto alla contestazione all’omologazione degli uomini, processo che è destinato a intensificarsi sempre di più.

WaterFall/Rumba (Laila Pakalnina, Lettonia, 2016) 
Cortometraggio della regista lettone Laila Pakalnina, Waterfall/Rumba (2016, Lettonia) è stato presentato in anteprima all’interno del Concorso Internazionale. La Pakalnina documenta uomini comuni in procinto di scattarsi una foto davanti alla Venta Waterfall, la cascata più grande d’Europa. La regista vuole comunicare, tramite gesti e sguardi depurati dai dialoghi, l’ossessione e l’ingenuità di chi, al posto di godersi il fantastico panorama, non pensa ad altro che a scattarsi selfie o farsi fotografare frapponendo la tecnologia tra sé e l’esperienza reale. “Quando ho iniziato a studiare cinema a fine anni ‘80 avevo una concezione dell’Italia come di un posto dove fosse facile fare fil: bastava mettere la cinepresa e lasciarla lì, e mi sono accorta che anche in Lettonia la situazione era molto simile.”, dichiara la regista per spiegare la nascita dell’idea di girare questo film.

Der Ball (Ulrich Seidl, Austria, 1982) 
A dieci anni dalla prima retrospettiva sui suoi lavori, il regista e sceneggiatore austriaco Ulrich Seidl torna al Filmmaker fest come protagonista di un’intera sezione. Si riscopre così la sua poetica, tutta incentrata su una messa in scena molto poco affabulata, che predilige lo stile documentaristico, genere amato dal regista. Der Ball (Ulrich Seidl, 1982, Austria) prodotto in 16mm e ambientato nella sua città natale Horn (Bassa Austria), prova che è possibile assorbire un soggetto in apparenza banale per poi trasformarlo in un fantastico racconto sulle stranezze della vita di tutti i giorni. Ed è così che una ricorrenza tradizionale del piccolo comune austriaco, un ballo scolastico per maturandi che sveglia il paese dal sonnambulismo che lo contraddistingue tutto il resto dell’anno, diventa un modo per affrontare i problemi sessuali e classisti che colpiscono gli abitanti della cittadina. Questo film gli costerà l’allontanamento dalla Vienna Film Academy, gesto che sottolinea la grande indipendenza dei suoi film, nonché la forte influenza che le pellicole di Seidl rivestono nel suo Paese.

A House in Ninh Hoa (Philip Widmann, Germania, 2016) 
Film rivelazione del festival, A House in Ninh Hoa (Philip Widmann, 2016, Germania) mette in scena una storia d’amore in cui sono i fantasmi dei ricordi a farsi largo sullo schermo. Nel 2014 due fratelli vietnamiti residenti in Germania decidono di intraprendere un viaggio che li riporterà a casa, nella citta di Ninh Hoa, ricostruendo il loro passato tra i muri della loro vecchia dimora. Opera dove è il silenzio del ricordo a dominare e a trasmettere allo spettatore tutti gli ostacoli che una comune famiglia Sudvietnamita ha dovuto superare per riuscire a rimanere in vita, A House in Ninh Hoa riesce a toccare il cuore di ogni spettatore, anche in virtù della tecnica magistrale di Widmann, che ricorda quella del maestro giapponese Yasujiro Ozu. Servendosi del cinema come strumento di conservazione della memoria, il cineasta sembra rispondere alla domanda che attanaglia da sempre critici e teorici della settima arte: “Può il cinema sconfiggere la morte?”

 Mattia Migliarino