Nel giro dell’ultimo mese l’industria cinematografica italiana sembra essersi improvvisamente interessata alla New Greek Weird Wave (ex Greek Weird Wave), innescando una reazione a catena che ha portato nei cinema italiani due film del regista capostipite della corrente, Yorgos Lanthimos. Prima Dogtooth, lo scorso 27 agosto, e poi Alps il 17 settembre, datati rispettivamente 2009 e 2011. Il primo, distribuito all’uscita solamente in Grecia, Inghilterra e Stati Uniti, non era neanche mai arrivato nelle sale italiane – nonostante la candidatura agli Oscar e la vittoria a Cannes nella sezione Un Certain Regard. Alps, invece, era già stato distribuito in Italia nel 2016 (questa volta con un ritardo di “soli” 5 anni), ma registrando un disastroso flop al botteghino – nonostante avesse vinto a Venezia per la Migliore sceneggiatura. Così ora, sulla scia del trend di attenzione di cui gode cinema greco, si tenta di dargli un’altra chance. Sorge spontaneo però chiedersi: perché proprio ora? Poca fiducia nei confronti del pubblico italiano, che non si pensava pronto o adatto per opere di non immediato accesso? Oppure semplice disinteresse e passività nei confronti del nuovo, e che ora si traduce in un’altrettanto passiva cavalcata di un’onda?

Volendo trovare le risposte direttamente nei film, si tratta di opere disturbanti, che tematizzano il trauma con un’estetica asettica e una narrazione respingente. Dogtooth, storia di una famiglia disfunzionale, porta con sé il trauma dell’isolamento forzato, dei limiti fisici e cognitivi, della famiglia come dittatura e della casa come prigione. Alps, opera non meno controversa, porta con sé traumi differenti ma altrettanto forti. In primis, la morte, la cui crudeltà risiede non tanto nella perdita di una persona cara, quanto nell’elaborazione del lutto, nell’incapacità di andare avanti, innescando una complessa riflessione intorno all’unicità e all’insostituibilità dell’individuo. Le Alpi è infatti il nome di un gruppo di persone che ha deciso di lanciare una sorta di programma di riabilitazione per famiglie in lutto: quando una persona muore, loro ne studiano le informazioni, i comportamenti e le abitudini, così da interpretare un suo sosia, quanto più fedele possibile. Sostituzione come imitazione; vita come recitazione.

Quella che ha fermato Dogtooth e Alps alla frontiera di ingresso del mercato cinematografico italiano può dunque essere stata una forma di “censura endemica”, un freno, un timore, che ha impedito di azzardare verso un cinema non mainstream e di difficile assimilazione, ma di cui, proprio per questo motivo, il mercato italiano aveva e ha ancora estremamente bisogno. Questa chiusura atro non è che l’ennesima manifestazione di quella paura di cui parlavamo nel nostro cartaceo vol. IV, quella paura di osare che infesta il sistema di distribuzione cinematografica italiano, troppo spesso imprigionato in un’idea di cinema come merce, come bene economico a scapito del suo valore culturale, e sempre più frequentemente indirizzato verso scelte sicure, film di facile fruizione e di scarso coinvolgimento intellettivo che possono garantire grande successo al box office. Investire a colpo sicuro nell’intrattenimento e smettere di scommettere sulle nicchie è l’approccio sempre più adottato dalle case di distribuzione italiane, anche quelle che si professano indipendenti.

Ma questo è solo uno dei tanti motivi che spiegano il ritardo dell’ingresso delle opere di Lanthimos nelle nostre sale. Il modo in cui la critica ha sempre interpretato e inserito questo tipo di cinema all’interno di un contesto socio-culturale fortemente circoscritto come quello della Grecia post-crisi del 2009 può aver contribuito a creare una distanza tra mercato italiano e opere greche, viste come troppo “enticizzate”, lontane da un Paese e una cultura come l’Italia. Eppure, lo stesso Lanthimos ha affermato e rivendicato in diverse occasioni l’universalità delle sue opere, il suo proposito di parlare della società intera, del mondo, e non soltanto del suo Paese natale. Quelle che Lanthimos costruisce nei suoi film sono infatti allegorie senza tempo e senza spazio, che possono sì essere lette come un ritratto delle difficoltà della Grecia post-crisi, ma anche farsi emblema dei disagi di una società e delle sue perdite di certezze. Provando a immaginare uno scenario opposto, in cui la critica avesse diffuso una lettura di questo tipo, avrebbe davvero convinto gli esercenti e i distributori a investire su quella che all’epoca era una nicchia conosciuta solo dai cienfili?

A fronte di una distribuzione sempre più debole, pavida e povera – messa in ginocchio dalla recente crisi dovuta alla pandemia da Covid-19 -, che ogni anno lascia senza sala un gran numero di film di qualità, il detto “meglio tardi che mai” risulta parecchio fuori luogo, un contentino dietro cui nascondere i meccanismi anti-culturali del sistema distributivo italiano. Un sistema che ora ha portato Dogtooth e Alps nei nostri cinema. Come mai? Il pubblico è più pronto ora rispetto a 10 anni fa? Anche se fosse, poco conta: chi nel frattempo si è accorto della rilevanza della Greek Weird Wave ha trovato facilmente il modo – più o meno legale – di recuperarsi i film principali della corrente (e per primi proprio Dogtooth e Alps); chi non se n’è interessato nell’arco di dieci anni, è poco probabile che se ne interessi improvvisamente ora, solo perché sono comparsi due titoli greci in qualche sala italiana. Intanto, decine di opere greche nuove, d’impatto e attuali, che hanno portato avanti ed elaborato gli spunti di Lanthimos – mentre lui gira ad alto budget a Hollywood -, continuano a non arrivare nelle nostre sale e rimanere quasi del tutto sconosciute.

A spingere la distribuzione a rimettere in sala i due titoli del regista greco potrebbero essere stati gli incassi ottenuti dai suoi ultimi film. È probabile che siano stati i 724 mila euro incassati da The Lobster nel 2015 a portare sul grande schermo il precedente Alps, nel 2016, che aveva però ridimensionato quelle cifre con un incasso di circa 58 mila euro. Poi la risalita, con Il Sacrificio del cervo sacro e i suoi 643 mila euro. La vera svolta, e forse la spinta decisiva che ha convinto esercenti, critica e distribuzione a interessarsi a questo tipo di cinema greco, è arrivata nel 2019, con il grande successo de La Favorita: ben 3 milioni di euro al botteghino. Ecco che si spiega l’azzardo del 2020 di Lucky Red e Phoenix International Film, rispettivamente distributori di Dogtooth e Alps. Più che azzardo, un buco nell’acqua: Dogtooth ha per ora incassato 167 mila euro, niente a che vedere con le grandi cifre dei titoli degli ultimi anni. Per Alps si possono fare solamente pronostici, e anche nel migliore dei casi si tratta di cifre parecchio contenute. Evidentemente, per quanto la nicchia di fan del regista greco possa essere cresciuta negli ultimi 10 anni, rimane pur sempre una nicchia, e rimettere in sala oggi un film del 2009 corrisponde a puntare sui (pochi) fan che vogliono fare l’ennesimo rewatch o alle (poche) new entry nel fan club della Greek New Wave che ancora non l’hanno visto.

Volendo adottare uno sguardo meno cinico e più ottimista, dietro all’operazione ci potrebbe essere anche una sana e genuina voglia di allargare e aprire le frontiere del mercato cinematografico italiano, in favore di una diversificazione dell’offerta che arricchisca culturalmente il proprio pubblico. Ma il ritardo di 10 anni e la scelta di concentrarsi solo sul regista più conosciuto e intanto diventato mainstream, solleva molti dubbi su questa ipotesi. La spiegazione più plausibile rimane quella di una strategia adottata dal mercato italiano una volta scoppiata la “Lanthimos-mania”, lanciandosi in una a gara per accaparrarsi i diritti dei film che hanno preceduto i grandi successi del regista, nel tentativo di cavalcarne il successo. Più passano gli anni, infatti, più si parla di Greek New Wave (volumi, monografici, articoli, approfondimenti), più la Greek New Wave diventa un vero e proprio brand, lanciato dallo stesso Lanthimos, che lentamente è riuscito ad allargare la sua nicchia e conquistare pubblici internazionali. Il rischio, però, è che diventi un marchio legato esclusivamente a una sola personalità, oscurando tutti gli altri cineaste e cineasti che invece continuano a lavorare all’interno del movimento, facendolo evolvere ed espandere.

Alle domande iniziali non c’è una risposta univoca, ma l’intenzione di sfruttare economicamente il brand Lanthimos senza un vero interesse nel portare in Italia la Greek New Wave in tutta la sua complessità e stratificazione è la più verosimile. Sorge allora un’altra domanda, che è poi la vera domanda centrale della questione: per quanto tempo ancora il motore immobile delle scelte della distribuzione italiana rimarrà l’incasso al botteghino? Quando il cinema italiano (ri)comincerà a funzionare sulla base del valore culturale di un’opera e del suo apporto alla pluralità dell’offerta? Quando si (ri)comincerà a intendere il cinema come un’operazione culturale? Quando si smetterà di considerarla un rischio fuori dalla nostra portata?

Chiara Ghidelli