Ormai lo sappiamo, verso la fine del mese di ottobre ogni webzine, magazine e piattaforma inizia a propinarci una serie di titoli tendenzialmente horror e tendenzialmente invariati da anni e anni, allo scopo di soddisfare quel bisogno che si risveglia in noi in questo periodo dell’autunno di provare un senso profondo di paura e inquietudine, di angoscia e perturbante; una sensazione che sappiamo di poter rivivere proprio attraverso il cinema.

Fin qui, tutto giusto. Ma per evitare di finire nel solito loop di film anche quest’anno, abbiamo deciso di proporvi una rassegna di titoli che si distaccano dal genere horror più mainstream, fatto di trame spesso semplicistiche, inconcludenti o prevedibili e sature di splatter fine a se stesso, optando piuttosto per film che si insinueranno nella vostra mente per sollecitare le vostre paure più grandi e recondite.

Belladonna of Sadness, Eiichi Yamamoto, 1973

Anime fantasy-drammatico e capolavoro di animazione che riprende lo stile hippie anni ’70, Belladonna of Sadness è un inno alla potenza e alla forza della donna, che mette in scena in modo crudo e vivace tutte le sfaccettature dell’animo della protagonista e delle sue emozioni attraverso un’infinita palette di colori. La storia racconta dell’amore tra Jean e Jeanne nella Francia medievale, due giovani sposini che devono ottenere la benedizione del feudatario per la loro unione, ma Jean non possiede la somma di denaro necessaria da offrire in dono alla Corte per le proprie nozze. Approfittando dello ius primae nocti il feudatario, insieme ai suoi complici, abusano di Jeanne come mostri assetati di sangue. La donna torna devastata dal marito, che, debole e impotente, non riesce a consolarla. Da quel momento, Jeanne si dissocia dalla realtà e stringe un legame con il diavolo; legame che si fa sempre più stretto fino a trasformarla in una strega, trascinandola in un gioco di potere e debolezza che la divide tra l’amore per il marito e l’amore fisico col demonio. Il film prende così la piega di un viaggio catartico nell’animo umano che tocca tematiche come lo stupro, l’abuso, il potere, la libertà sessuale e il libero arbitrio, e sovverte il topos letterario della fanciulla indifesa presentando una protagonista che non solo si fa carico del destino proprio e del marito, proteggendolo, ma anche di quello degli abitanti del villaggio durante la peste.

Il pasto nudo, David Cronenberg, 1991

Una macchina da scrivere che diventa un orrendo insetto parlante, un aperitivo con una creatura aliena e millepiedi giganti che vomitano liquidi verdi e giallastri sono solo alcune delle inquietanti immagini de Il pasto nudo, film fantascientifico-drammatico tratto dall’omonimo libro di William S. Burroughs. La vicenda, drammatica e cruda, racconta la storia del protagonista Peter Weller – professione: disinfestatore -, che negli anni ’50 lascia New York braccato dalla polizia in seguito al fatale omicidio della moglie e si trasferisce a Tangeri, in una Interzona popolata da orribili mostri e spie omosessuali. Qui, scopre un particolare tipo di droga, la carne nera, una sostanza che si rivela essere l’unico elemento costante di una trama lisergica, fatta di allucinazioni e proiezioni mentali del protagonista, che segue un’escalation di follia dettata dalla dipendenza. Analizzando il rapporto tra mente e corpo come in gran parte della sua filmografia, David Cronenberg realizza un film cupo e spaventoso che indaga le complessità della mente umana e la miseria della tossicodipendenza, in un continuo singhiozzo tra realtà e fantasia.

Perfect Blue, Satoshi Kon, 1997

Affascinante opera di animazione d’esordio di Satoshi Kon, Perfect Blue è un dramma che si svolge interamente nella psiche della protagonista, Mima, un’attrice molto amata e seguita. Con un ritmo narrativo frenetico, dopo pochi minuti ci immergiamo nella mente della protagonista, nel suo stato d’animo di paura, straniamento e disagio. Dal suo piccolo appartamento, infatti, Mima scopre un blog a suo nome che descrive con dovizia di dettagli ogni sua emozione e ogni momento della sua giornata, aggiornato a cadenza regolare da un suo fan che ha sviluppato una vera e propria ossessione verso di lei. Il tema della persecuzione diventa un elemento ricorrente nel film, come quello della dissociazione: Mima inizia a confondere il personaggio del blog con se stessa e la finzione scenica con la realtà, sdoppiandosi tra i desideri suoi e del suo pubblico. Questo film, per via della sua potenza, ha ispirato registi come di Lynch per Inland Empire (2006) o Aronofsky per Il cigno nero (2010) e Requiem for a dream (2000).

Uzumaki, Higuchinsky, 2000

L’elemento ricorrente di questo horror, tratto dall’omonimo manga di Junji Itō, è la forma geometrica della spirale, che plasma anche la linea narrativa. La trama, infatti, si basa su una maledizione che sconvolge la vita di una piccola cittadina giapponese, portando i suoi abitanti alla follia, alla morte o alla trasformazione in creature orrende. Il film, interamente annegato nei toni del verde acido, che contribuiscono ad alimentare un senso di angoscia e inquietudine, sviluppa il concetto di un eterno ritorno, di un’ossessione concentrica, di un vortice senza via di scampo. Come realizzeranno i due giovani protagonisti, Kirie e Shuichi, non si può sfuggire a questo incubo, né ai meccanismi della nostra mente.

Miss Lovely, Ashim Ahluwalia, 2014

Sullo sfondo dell’industria cinematografica sotterranea della Mumbai degli anni ‘80 si sviluppa la trama di Miss Lovely, dramma indiano definito da un’estetica sporca e da una trama a tinte noir. Dai bassifondi della città, i fratelli Duggal sfornano produzioni cinematografiche di film horror soft-core, attribuibili al genere grindhouse per le tematiche incentrate su sesso e violenza. Il complesso rapporto tra i due fratelli si incrina a causa di Pinky, una sorta di femme fatale, anche se sui generis, e alla bramosia di soldi e potere, che porta al disfacimento dei rapporti familiari fino al drammatico punto di rottura. Un’atmosfera cupa e pesante lascia costantemente la sensazione di un imminente dramma, ed è sullo sfondo di questa tragedia che emergono spunti di riflessione su libertà di espressione, censura indiana e denuncia dello stato delle carceri in India.

Vivarium, Lorcan Finnegan, 2019

Vivarium è la rappresentazione di un incubo a occhi aperti tra fantascienza distopica e horror. Il regista apre una finestra sull’ambiente asettico della civiltà contemporanea, un mondo perverso che denuda e deride le debolezze umane; in breve, un vivaio per esseri umani. I protagonisti sono Tom e Gemma, i cui sogni vengono totalmente stravolti in seguito all’incontro con un bizzarro agente immobiliare, che scompare poco dopo aver mostrato loro una villetta in un quartiere in cui i due rimangono intrappolati, senza possibilità di fuga, costretti a restare nella cruda realtà di un accelerato incubo domestico. La scenografia, infusa delle tranquillizzanti tonalità pastello del verde e dell’azzurro, è in netto contrasto con l’andamento asfittico della trama, mentre l’ambientazione del quartiere richiama lo sfondo dei quadri di Magritte: dal pattern di nuvole del cielo, alle abitazioni tutte identiche, questo monotono schema ripetuto crea un senso di angoscia che suscita un costante stato di allerta emotiva. L’intensità della tragedia coniugale stride così con il supposto senso di comfort che vorrebbe essere ricreato da questo tranquillo quartiere di periferia, smascherando un umorismo nero in stile Truman Show, che costringe i due protagonisti una vita vuota e asettica. Il risultato è una riflessione sul periodo storico che abbiamo da poco vissuto, restituendoci un’amara rappresentazione di un presente difficile tramite una favola dark.

Matilde Soleri