Voto

7

Omaggiando Il Ragazzo Selvaggio di Truffaut, il regista esordiente Vuk Ršumovic narra la storia di un bambino che, cresciuto da un branco di lupi in un bosco, viene reinserito nella società e nuovamente educato al fine di far emergere un’umanità che non gli appartiene.
Haris – questo è il nome che gli viene assegnato – viene spedito in Serbia, in un istituto per minori di Belgrado, e affronta un percorso di (ri)nascita difficile e doloroso; primo ostacolo alla civilizzazione è la sua natura: esprimendosi esclusivamente a versi, si rifiuta di mantenere una posizione eretta, si rannicchia sul pavimento, si rifugia sotto la propria branda. Il suo è un inconsapevole scontro con ogni imposizione umana, un primordiale istinto a difendersi dagli abusi; esemplare e in un certo modo divertente è la lotta di Haris col proprio tutore nel mettersi e togliersi le scarpe.
Attraverso questo episodio la fotografia di Damjan Radovanovic porta avanti un interessante lavoro di riprese e rimandi che tengono sempre viva l’attenzione dello spettatore; il cambio di scarpe del bambino segnala a più riprese l’acquisizione di nuove identità: dai piedi nudi e sporchi, propri di una vita ferina e selvaggia, all’imposizione delle scarpe da tennis, che segnano il suo ingresso nella civiltà. Infine – scaraventato nello scenario della guerra che affligge la Jugoslavia nel ‘92 – diventa un soldato con pesanti stivali militari, simbolo di un’altra dolorosa identità, ancora una volta solo, figlio di nessuno.

No-Ones-Child-2014-Vuk-Rsumovic-03

La macchina da presa, a mano per tutta la durata del film – ricordandoci i fratelli Dardenne -, insiste sulle espressioni di paura e incredulità del protagonista, il quale, educato per vivere in un contesto civile, si trova al contrario a dover fare i conti con una ferocia disumana. Chiara la denuncia di Ršumovic nei confronti delle contraddizioni della civiltà e della guerra, che rende più selvaggi gli uomini degli animali stessi e che interrompe qualsiasi contatto con la razionalità e il controllo.
Punta di diamante del film è il giovanissimo Denis Muric, il protagonista. Il ragazzo, costretto a ricorrere alla sola gestualità del corpo e limitandosi a pochi e scarni dialoghi, irrompe nei cuori degli spettatori e commuove. Unica pecca, dovuta però alle scelte registiche, è l’aver rappresentato il percorso di vita di Haris, ma non quello della crescita fisica: il protagonista sembra non cambiare nel corso di ben quattro anni. Una mancanza evidente, ma che passa in secondo piano se si considerano l’intensità della storia e la bellezza dei simbolismi che il film offre.
Figlio di Nessuno è infatti una pellicola asciutta, essenziale, delicata ma penetrante, capace di presentare questioni storiche e sociali a noi vicine con una precisione e una veridicità notevoli – grazie anche all’efficacia della già citata camera a mano.

Anna Magistrelli