Il mondo si divide in due categorie: chi ha visto il film di Fincher prima di leggere il libro di Palahniuk, e chi mente. Quello che ha reso Fight Club un film cult, superando di gran lunga la fama del libro, è la magistrale capacità di David Fincher di plasmare il linguaggio cinematografico secondo il suo stile, riconoscibile e multiforme allo stesso tempo – pensiamo al millesimo di secondo in cui mostra un frame di Brad Pitt prima che il suo personaggio entri in scena ufficialmente, o alla scelta di invertire la linea narrativa del film, o ancora al suggerimento (“I like myself”) che ci dà la scritta sul muro che più volte fa da sfondo a Edward Norton. L’attenzione al dettaglio di Fincher non ha solo tradotto in immagini le parole e le idee del romanzo – il più riuscito di Palahniuk, anche se sua opera prima – ma le ha rese iconiche e immortali persino oggi, a distanza di 22 anni dall’uscita del film nelle sale statunitensi.

Già alla sua uscita, tuttavia, sul film ricadono pesanti critiche non solo per la violenza gratuita, ma anche per la dichiarata misoginia dei personaggi maschili. Su tutte, valga la stroncatura di Roger Ebert, di cui basta citare l’incipit: “Fight Club is the most frankly and cheerfully fascist big-star movie, is a celebration of violence in which the heroes write themselves a license to drink, smoke, screw and beat one another up. Sometimes, for variety, they beat up themselves”. Ma è soprattutto negli ultimi anni, più woke che mai, che il film è stato ripreso in mano da critica a giornalismo, dando vita ad un profluvio di post, articoli e recensioni su Fight Club che ne denunciano una pericolosa esaltazione del machismo più becero. Una chiave di lettura femminista che urla “INCEL ALERT! e respinge la visione dicotomica proposta nel film, la scelta tra pillola rossa e pillola blu – un riferimento a Matrix di cui si è impossessata la teoria redpillata (è facile, a posteriori, leggere nello slogan “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli” parte della regola incel del Look, Money, Status). Tornando alla recensione di Ebert, verso la fine si legge: “Helena Bonham Carter creates a feisty chain-smoking hellcat who is probably so angry because none of the guys thinks having sex with her is as much fun as a broken nose”. Un’analisi svilente e sessista del personaggio di Marla che fa emergere una visione patriarcale latente anche in Ebert stesso. Possiamo allora intravedere negli uomini del Fight club un tentativo di fuga dallo stereotipo della mascolinità egemonica, parte integrante delle rivendicazioni femministe odierne.

Quando il personaggio di Norton si imbatte per la prima volta in Marla Singer (Helena Bonham Carter) ne rimane irrimediabilmente turbato, e pensa: “Her lie reflected my lie”, riconoscendo in lei una qualche affinità. Completando la frase l’uno dell’altra, i due si svelano e rispecchiano nella condivisione del motivo per cui partecipano alle riunioni di malati cronici o terminali: la possibilità di essere ascoltati davvero, anziché assistere alla passiva attesa dell’interlocutore del proprio turno per parlare; in altre parole, il bisogno di un contatto profondo, di una simbiosi. La loro “affinità” (l’odi et amo di catulliana memoria) emerge ripetutamente in altri momenti del film: “Se avessi un tumore, lo chiamerei Marla. Marla. Il taglietto sul tuo palato che si rimarginerebbe se smettessi di stuzzicarlo con la lingua, ma non puoi”, o la meno citata “Sei quanto di peggio mi sia mai capitato”, frase che lei rivolge a lui quasi sul finire del film.

La prima scena in cui Marla è insieme a Tyler Durden è quella in cui lui la salva dal tentato suicidio, andandola a ripescare fin dentro al suo appartamento dove si scontra con un grosso dildo albino (lontana eco di Arancia Meccanica?). Marla si rivolge a un divertito Tyler che urta il fallo, dicendogli di non preoccuparsi e di non considerarlo una minaccia. Una battuta che fornice la chiave di lettura del rapporto tra i personaggi del film: per tutta la durata delle folli imprese di Norton/Pitt, il trauma freudiano della castrazione è onnipresente, serpentino e soffocante. Lo dimostra, ad esempio, il costante riferimento all’assenza della figura paterna o la rabbia provata nei confronti di chi la incarna (nello specifico, il boss), come anche il tentativo di non legarsi a Marla (“Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne, mi chiedo se un’altra donna è veramente quello che ci serve”) e di non empatizzare mai con la sua disperazione, pur trovandola insidiosamente seducente (vedi Freud).

Tutto ciò viene sublimato nel castigo che spetta a chi dovesse rivelare qualcosa del Progetto Mayhem, ovvero un insieme di attentati terroristici organizzati dalle space monkeys ai danni dei grattacieli della compagnie che controllano le maggiori carte di credito. Quando Norton denuncia alla polizia di essere a capo di queste missioni, suo malgrado si scontra con la terrificante scoperta che anche i poliziotti sono suoi adepti, i quali leggono nel suo atto un test della loro fede nel progetto, e come reazione lo legano al tavolo nel tentativo di rimuovergli i testicoli (tra l’altro, non è la prima scena di castrazione a cui assistiamo). Il Fight club si riserva di usare come extrema ratio proprio l’evirazione, ed è paradossale se si pensa che è nato come spazio di rivalsa per l’uomo-medio castrato dalla società consumistica, dallo shopping sfrenato che sopperisce agli istinti, o per chi era effettivamente stato privato dei genitali a causa di una malattia (Bob è un personaggio fondamentale per la psicologia del protagonista, incarnando alcuni rigurgiti del suo ethos – per esempio quando gli rivela come entrare nell’esercito di Tyler o quando si dispera per la sua morte).

Una visione così marcatamente maschilista censura del tutto le atrocità compiute e legittimate dalla società nei confronti delle donne, e lo fa perché, secondo Tyler Durden, anche le donne sono parte del problema – proprio come sostenuto dalla teoria incel. Per questo, Norton è destinato alla deriva e alla perdizione, mentre Marla rappresenta invece la salvezza, il rifugio, la (quasi) resurrezione. Quando il protagonista si risveglia dall’insonnia e dalle allucinazioni, quando capisce la gravità delle azioni che sta compiendo, è subito a lei che telefona, impaziente di scontrarsi con la verità, chiedendole se hanno mai fatto sesso. E da lì, nel momento in cui il sentimento che ha sempre provato nei confronti di Marla trova conferma negli atti di amore carnale, inizia il percorso di liberazione di Norton dai fantasmi della propria mente. Senza Marla, e l’amore che lo lega a lei, l’esito di una vita mediocre e del grigio anonimato lo avrebbe condotto soltanto a frustrazioni e infelicità. Ma questo vale per entrambi, perché la loro salvezza è reciproca: mano nella mano, guardano la distruzione compiersi attorno a loro e sentono nascere una speranza che non sapevano neanche di volere.

Alice Firriolo