Dal 30 Giugno al 3 Luglio si è svolta a Milano la trentesima edizione del MIX Festival, uno dei più importanti festival italiani dedicato alla queer culture, che ha proposto presso il Piccolo Teatro Steheler un’ampia selezione di corti, lungometraggi e documentari all’insegna dell’amore e dell’originalità. La nostra selezione ha voluto dare risalto a tre temi principali: l’affermazione del movimento femminista e del lesbismo (Una donna come Eva, La belle saison e Barash), le difficoltà – sociali, culturali e politiche – affrontate ogni giorno da persone considerate “diverse” a causa del loro orientamento sessuale (Ville Marie e Tangerine), infine il racconto in forma documentaristica di grandi artisti che hanno vissuto con intensità l’amore, vera fonte d’ispirazione (Welcome to this House, Prince Maurice #Tribute e Aurora – Un percorso di creazione).

la belle saison

In Una donna come Eva (Olanda, 1979) la regista Nouchka Van Brakel racconta la storia di una scoperta interiore e di una metamorfosi nata dal desiderio di libertà e di sentimenti sinceri: le protagoniste Eva e Liliane (interpretate con grande naturalezza da Monique Van De Ven e Maria Schneider) diventano insegne di un amore che va oltre i pregiudizi e le malelingue della realtà chiusa e conservatrice con cui si scontra. “Le cose più forti di noi non si possono fermare”: questo il sunto di una pellicola matura e commovente.
La belle saison (Francia, 2015) di Catherine Corsini è un’ode al femminismo francese degli anni Settanta. L’amore delle due protagoniste Delphine (Izïa Higelin) e Carole (Cècile De France) è infatti messo a repentaglio dai pregiudizi e dalla tradizione, contro i quali l’unica arma è il sesso, non violento né deflagrante, ma concepito come un rito, una prova dell’amore tra due esseri umani.
Ironica critica alla società israeliana nei suoi nodi più problematici, Barash (Israele, 2015) conquista il festival e vince la sezione Lungometraggi. La giovane regista omosessuale Michal Vinik racconta lo sconvolgimento nella vita della giovane Naama portato improvvisamente da Dana, una meteora splendente ma fugace che la fa innamorare illuminando il suo caos quotidiano. I volti delle protagoniste, attrici realmente omosessuali, si imprimono nella memoria dello spettatore per l’intensa iconicità di ogni espressione.

ville marie

Ville-Marie (Canada, 2015), diretto da Guy Édoin e ambientato a Montréal, rappresenta, attraverso il cinema nel cinema, i drammi di singoli individui che sfogano il proprio dolore nel sesso, dipinto come una dipendenza che allevia le sofferenze umane. L’ottima regia ha saputo gestire abilmente gli intrecci e i drammi familiari senza creare confusione, mentre l’empatia tra i protagonisti rende la storia interessante e coinvolgente.
Con Tangerine Sean Baker dimostra per l’ennesima volta che non servono grandi risorse per produrre un film di qualità: le protagoniste Mya Tylor (Alexandra) e Kitana Kiki Rodriguez (Sin-Dee) sono due attrici transessuali non professioniste emerse dai mondi di Youtube e di Vine le cui performance infondono alla pellicola un forte effetto di naturalezza e d’imperfezione, come anche la regia, che  si serve di smartphone e sceglie una saturazione virante all’arancione carico. Il comedy drama di Sin-Dee, tradita dal proprio ragazzo e in cerca di vendetta, è solo un divertente pretesto per un obiettivo più alto: raccontare senza alcun patetismo né moralismo la storia di persone che vivono tra eccessi e sregolatezze. Lo scenario è completato dalla colonna sonora, che spazia dal rap all’R&B, fino a sfociare in un’adrenalinica musica elettronica.

welcome to this house

Welcome to this House (Usa, 2015) è la nuova opera di una delle più importanti icone del cinema gay attualmente in circolazione: Barbara Hammer, classe 1939, propone quest’anno un film omaggio storico-biografico alla poetessa americana Elizabeth Bishop. La ricerca di un punto fermo nella sua vita, sradicata e tormentata, è sempre stata un miraggio per la protagonista; e cos’altro poteva fare un’anima del genere, se non affidarsi alla poesia?
Chi è Maurice? Un attore, un performer, un teatrante, un cantante, un regista, un organizzatore di eventi, ma anche un provocatore e un grande alchimista di numerosi correnti artistiche e letterarie. Daniele Sirtori in Prince Maurice #Tribute (Italia, 2015) svela la storia dell’inventore del teatro notturno, tanto l’artista poliedrico che fu, quanto l’uomo, la sua personalità, il suo background culturale e i suoi amori. Il documentario risulta un’opera accattivante: le atmosfere dark e gotiche, le sfumature pop, le immagini distorte, le musiche e la fotografia si armonizzano e trovano un concreto equilibrio.
L’artista visuale Cosimo Terlizzi in Aurora – Un percorso di creazione (Italia, Svizzera, 2016) traspone digitalmente lo spettacolo teatrale Aurora di Alessandro Sciarroni, che conduceva un’indagine umana ed emotiva sul goalball, sport praticato da ipovedenti e non vedenti. Terlizzi sceglie di avvicinare i volti dei giocatori e raccontare le loro storie, sfruttando quelle modalità ritrattistiche della macchina da presa che da sempre lo attraggono (Folder, 2010 e L’uomo doppio, 2012).

Questi quattro giorni tra le sale del Piccolo sono stati intensi e carichi di emozioni: l’atmosfera estiva, la musica vivace e l’aria di serena collaborazione che fervevano sul patio sono stati il vero valore aggiunto di un festival dalla grande qualità tecnica e artistica.

Filippo Fante, Giorgia Maestri, Anna Magistrelli, Andrea Passoni