Beautiful Boy, Felix Van Groeningen

Negli Stati Uniti l’abuso di droghe è la prima causa di morte sotto i cinquant’anni. Nic segue il tipico canovaccio di chi inizia con le canne e finisce con l’eroina, semplicemente perché “gli piace”, perché solo così riesce a colmare quel vuoto interiore scavato dalla sua iper sensibilità, irrimediabilmente attratta da letture esistenzialiste e ascolti emo grunge, che assecondano il suo desiderio di chiudersi in se stesso e isolarsi. Quella che per molti è solo una fase adolescenziale, per Nic diventa la soglia di un tunnel che si fa sempre più buio e dal quale non riesce a risalire.

La sua parabola discendente viene raccontata in modo frettoloso e grossolano, senza approfondire alcuni passaggi e saltandone altri, impedendo così di empatizzare con il dramma di Nic, al quale Timothée Chalamet non riesce mai a conferire uno struggimento credibile, forse anche a causa di un montaggio che sceglie di sintetizzare il suo percorso. Il vero dramma della pellicola è quello subito dal padre David (Steve Carell), che si serve delle proprie competenze professionali di giornalista per arrivare alla radice del problema e cercare di risolverlo. A essere veramente straziante è la sua evoluzione interiore, quella di un padre disperato che le prova tutte – davvero tutte – per aiutare un figlio ormai fuori controllo e ne esce devastato, esangue, finché non si vedrà costretto ad arrendersi e farsi da parte, compiendo il gesto più difficile ma, forse, l’unico davvero efficace. 

If Beale Street Could Talk, Barry Jenkins

If Beale Street Could Talk è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di James Baldwin, intellettuale di riferimento della società afroamericana del secolo scorso. Il regista di Moonlight affonda (di nuovo) nel miele la sua storia d’amore, insiste sulle sofferenze che la rendono impossibile e finisce col rendere l’intera storia tremendamente vuoto. In un quartiere di Harlem, Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) sono felicemente innamorati, ma Fonny viene accusato da un poliziotto bianco per un crimine che non ha commesso e, in seguito, incarcerato, mentre Tish scopre di essere incinta.

La parola di un nero ha ben poca risonanza rispetto a quella di un bianco nella Harlem degli anni Settanta, ma la ragazza farà comunque di tutto perché la verità venga a galla e porterà avanti la gravidanza con l’aiuto della sua famiglia. Jenkins gioca con i colori e le luci, dipingendo immagini che oscillano fra il neon della sala da visita del carcere, la penombra della casa di Fonny, l’arancione soffuso dei loro amplessi amorosi, il grigio della città e il giallo della metropolitana; ma l’effetto è quello di un patinato senza vita. Il lirismo visivo e un funzionale uso dei primi piani, gli unici che riescono a catturare emotivamente lo spettatore, si affiancano a un racconto dall’anima frammentata. Pezzi che non si incontrano mai: uno impregnato da tematiche di conflitto sociale e razzismo verso la comunità nera, di cui il film vuole farsi portavoce e stimolo di riflessione, l’altro incentrato sulla storia d’amore, narrata attraverso i continui flashback di Tish, che interrompono bruscamente il fluire del film.

Fahrenheit 11/9, Michael Moore

Il 9 novembre 2016 Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. “Come cazzo è potuto succedere?”. Una domanda che continua a far andare in cortocircuito le menti degli studiosi di politica, sociologia e storia, incapaci di darsi pace. Si unisce a loro il regista Michael Moore, che ripercorre l’ascesa di Trump dall’inizio, da quando si è candidato quasi per gioco e “per colpa di Gwen Stefani”. Tra siparietti sagaci e commenti ironici tipici di Moore, che spesso entra in campo in prima persona, provocando e protestando, Fahrenheit 11/9 arriva dritto al cuore della questione, facendo salire a galla tutto il torbido della società americana, compreso quello ben nascosto che scorreva sottotraccia all’amministrazione Obama – agghiacciante il caso dell’acqua velenosa della città industriale di Flint, Michigan, abitata principalmente da persone nere – e alle elezioni democratiche falsate per candidare Hillary Clinton alla corsa presidenziale.

Insomma, una risposta c’è eccome, e Trump sembra essere il frutto naturale dei semi piantati da chi l’ha preceduto; proprio come la Germania di Hitler si è nutrita delle rovine della Repubblica di Weimar. Trump non ha fatto altro che sfruttare il malcontento popolare e dare voce a quei rancori viscerali di chi ha fame, mentre diabolicamente delegittimava i media, che a loro volta hanno peccato di sterile intellettualismo snob. Dunque è anche un po’ colpa nostra e l’angoscia che si prova guardando il film è soffocante, perché forse è davvero troppo tardi per tornare indietro. Ma in tutto questo pessimismo scoraggiante un barlume di speranza c’è: i giovani.

The Old Man & the Gun, David Lowery

Un film consacrato al grande attore Robert Redford, scritto e pensato per consentirgli di salutare il suo pubblico alla tenera età di 82 anni. Ai primi piani sul suo viso avvolto dalle rughe Lowery alterna fotogrammi che rivisitano affettuosamente i ruoli che hanno reso celebre l’attore, ma anche scene di famosi film del passato che lo spettatore può divertirsi a riconoscere. The Old Man & the Gun è un elogio alla passione con cui Redford ha sempre svolto il suo lavoro; la stessa che ha animato per tutta la vita il rapinatore di banche da lui interpretato, Forrest Tucker, che niente e nessuno è mai riuscito a ostacolare. All’età di 77 anni e reduce da 16 evasioni, Tucker continua incessantemente a pianificare una rapina dopo l’altra insieme e ai suoi due complici. Calma e gentilezza sono le sue uniche armi. Non sbaglia mai un colpo. Ma un poliziotto decide di mettere fine alla malattia da cui il vecchio uomo non sembra poter guarire: vivere pienamente la vita, fuori dagli schemi e senza mai voltarsi indietro.

Boy Erased, Joel Edgerton

Jared (Lucas Edges) vive in una famiglia battista dell’Arkansas e suo padre è un pastore. Quando si rende conto di essere attratto dagli uomini lo confessa ai genitori, che lo spediscono in un centro cristiano di “guarigione” dall’omosessualità: Love in Action, gestito dall’ex-gay Victor (Joel Edgerton). No, non è ambientata nel medioevo: è una storia vera e attualeBoy Erased, proprio come La diseducazione di Cameron Post, non spicca né per sceneggiatura né per messa in scena, ma riesce nel denunciare quell’ignoranza becera che porta a compiere azioni terribili, denigratorie e violente nel nome di un bigottismo cieco, guidato dalla paura irrazionale nei confronti del “diverso”. Una situazione che negli Stati Uniti di oggi è diventata allarmante con l’amministrazione Trump, e rischia di mettere a repentaglio decenni di battaglie per i diritti LGBT+.

Il coraggio della verità, George Tillman Ir.

Il coraggio della verità (The Hate U Give) racconta come una ragazza di sedici anni, Starr Carter (Amanda Stenberg), possa vivere negli evoluti Stati Uniti due realtà e due personalità parallele, semplicemente passando da un quartiere all’altro. Da un lato c’è Garden Height, dove vive con la famiglia e gli amici di infanzia, affrontando indenne ogni giorno gang, droga e sparatorie grazie alle lezioni di sopravvivenza impartite da suo padre Maverick (Russell Hornsby) sulla base del decalogo delle Pantere Nere. Dall’altro c’è il quartiere dove va a scuola e frequenta i suoi compagni bianchi, agiati e benestanti.

L’equilibrio della doppia vita di Starr si frantuma quando assiste all’uccisione del suo migliore amico Khalil (Algee Smith) per mano di un poliziotto. Khalil era armato di una spazzola per capelli. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Angie Thomas (2017), Il coraggio della verità arriva dritto al cuore e coinvolge le parti più intime dell’essere umano. Il linguaggio chiaro e universale, destinato evidentemente a un ampio pubblico, si rivolge soprattutto alle nuove generazioni con un intento divulgativo: testimoniare vicende terribilmente reali e all’ordine del giorno. L’intera narrazione pulsa a ritmo della paura di perdere chi si ama e del tragico dilemma di chi vive situazioni come quella di Starr: dire la verità e mettere a repentaglio la propria vita e quella delle persone care o tacere e lasciare che le ingiustizie rimangono per sempre nascoste nell’ombra? 

La negrada, Jorge Pérez Solano

Il terzo film di Jorge Pérez Solanoz cammina sui binari dell’attualità, affrontando le tensioni che intercorrono fra il Messico e i vicini Stati Uniti. Sullo schermo per la prima volta i vici e le voci della comunità afro-americana, che oggi rappresenta una consistente fetta di popolazione: “Negrada” è il nome con cui viene chiamata. La negrada racconta la storia di due famiglie capeggiate dallo stesso uomo, Neri, conteso fra l’amore di due donne separate da un braccio di mare ma legate indissolubilmente da una cultura vitale e ricchissima, da sempre viene schiacciata da quella dominante.

Il “queridato”, ovvero la poligamia, è apertamente accettato nella comunità afro-americana del Corralero in Oaxaca, Messico, ma quando una delle due moglie di Neri, Juana, si ammala gravemente, l’equilibrio di un tempo comincia a rompersi. Sullo sfondo della Costa Chica scorre una vita, che procede sempre uguale a se stessa, scandita dalle ore di lavoro e dal riposo serale, fra una danza e qualche birra. Il cast, costituito da soli attori non professionisti, dona al dramma un importante valore documentario, ma lo lascia troppo lontano dallo spettatore, che cullato dalla pacatezza di quella vita frugale fatica a cogliere le immense difficoltà di queste esistenze. La famiglia riveste un ruolo fondamentale, così come le parole, le ricette, i proverbi, le canzoni e i consigli degli anziani, i cui volti ancestrali ripresi in primo piano sembrano ricalcare i segreti del mondo.

Kursk, Thomas Vinterberg

Adrenalina e claustrofobia. Rabbia e frustrazione. Il 12 agosto 2000 all’interno del Kurks, il sommergibile russo a propulsione nucleare, esplode un siluro a pochi minuti dal lancio. Segue un’altra esplosione che lo fa inabissare nel mare di Barens a oltre 100 m di profondità. 23 persone sopravvissero e resistettero intrappolate per alcuni giorni, nella speranza di ricevere i soccorsi. Il film si sviluppa alternando due livelli che non possono comunicare tra loro: l’interno freddo, buio e asfissiante del sottomarino e la terra ferma, grigio, triste e frustrante. Due situazioni drammatiche accomunate dalla medesima causa: l’incapacità della Russia di tenere il ritmo della Storia ma troppo orgogliosa per ammetterlo, finendo vittima dalla sua stessa presunzione.

Da una parte l’esplosione terribile – non solo emotivamente ma anche visivamente, a causa di effetti speciali posticci –, il panico da gestire e i tentativi dei 23 marinai sopravvissuti di resistere, trovando soluzioni pratiche per sopravvivere e inventandosi piccoli svaghi per non perdere la speranza – con qualche situazione ben poco verosimile. Dall’altra la disperazione dei famigliari sulla terra ferma, che sfocia in scenate isteriche contro la negligenza delle forze armate russe e il loro orgoglio ostinato. In mezzo gli inglesi, gli unici in possesso dei mezzi necessari a salvare i 23 marinai. La fedele ricostruzione storica del braccio di ferro tra marina inglese e russa viene però abbandonata troppo spesso, in favore un quadro semplicistico che vuole far apparire i primi come eroi generosi e i secondi come meschini calcolatori. 

An Impossibly Small Object, David Verbeek

Quel punto così piccolo da non poter essere rappresentato, dove non vi è più materia, né luce, dove lo spazio e il tempo si annullano. An Impossibly Small Object si muove fra Oriente e Occidente e prende vita durante un volo intercontinentale, da una delle tante storie nascoste dietro una fotografia. Il film indaga quell’amore incondizionato che può nascere fra un’opera e il suo autore, frutto della ricerca incessante di un perché, di una luce nel buio eterno dell’esistenza. Una ricerca resa visivamente dal vagare della macchina da presa, che si muove nel buio di un garage di Tapei seguendo le lucine dell’aquilone di una bambina, nelle vie della città in notturno scaldate dalle fredde luci al neon dei suoi abitanti e nello studio di un fotografo di Amsterdam, dove il ragazzo (interpretato dallo stesso Verbeek) conduce una vita solitaria.

Un film che è una poesia, che svela via via la sua essenza, proprio come quella fotografia (in cui è ritratta pa piccola Xiaohan che fa volare il suo aquilone in un cortile a Tapei) che nelle prime inquadrature del film il fotografo era incapace di spiegare ai suoi finanziatori. An Impossibly Small Object si costruisce mano a mano, arricchendosi di riflessioni che riguardano l’infanzia, le ferite che non guariscono mai, i rapporti famigliari, le differenze di classe, l’amore e l’amicizia. Una sovrapposizione di storie che si intersecano, di due vite che sembrano così distanti, quella del fotografo ad Amsterdam e quella di Xiaohan a Tapei, ma che in una sola immagine possono respirare all’unisono. Erano lì entrambi in quell’istante, in quell’oggetto impossibilmente piccolo. E lo saranno per sempre.

Benedetta Pini e Fosca Raia

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