Presentato al Sundance Film Festival 2021, Faya Dayi è il primo lungometraggio di Jessica Beshir, regista messicana alla riscoperta delle proprie origini etiopi con questo documentario, frutto di una lavorazione durata dieci anni. Presentato in Italia al Filmmaker Festival 2021, sarà disponibile in streaming su MUBI dal 10 agosto 2022.

Motore di questo poema visivo è il khat, foglia verde dall’effetto stimolante simile alle anfetamine, la cui coltivazione rappresenta una delle maggiori fonti di reddito per l’economia etiope. L’assunzione del khat è tradizionalmente associata ai rituali degli imam sufi, che la masticano allo scopo di evocare l’eternità, il merkhana, una sospensione nel tempo e dalle sofferenze. Nel tempo, il khat si è espanso a livello capillare, fino a sostituire gli usi del caffè, “che non è più buono come una volta”, spiegano nel documentario, per via della carenza di acqua. Anziani e giovani prendono il vizio del khat, acquistabile a poco prezzo al mercato, passando la maggior parte del tempo a masticare la pianta, nonostante le problematiche causate dalla dipendenza dalla pianta.

Non è però soltanto una questione di effetti chimici, di usi ricreativi e di tossicodipendenza: il khat ha molti significati che il documentario intreccia sapientemente unendo spiritualità e tradizione etiope ai problemi socio-economici che affliggono il paese. Masticare la pianta può rappresentare infatti un momento di socialità, talvolta una consolazione, ed essere anche il fulcro di cerimonie religiose, oltre a offrire un’opportunità lavorativa nelle piantagioni e impedire a molti giovani di imbarcarsi per fuggire dal paese in cerca di una vita migliore. “Faya dayi”, che significa “dare vita alla salute”, è il mantra cantato dai coltivatori di khat nonché lo spirito che pervade la narrazione del film, tra storie personali e miti tradizionali, vicende di migrazione passate e presenti.

Il film trova la propria forza nell’evocazione di una certa profondità psicologica e di uno specifico clima culturale facendo parlare le immagini da sé, senza tuttavia perdersi nell’astrattezza di un’eccessiva allusività; e anche la sottile simbologia dell’acqua (i laghi prosciugati, le coltivazioni che ne risentono, l’acqua mitica, il mare da attraversare per poter migrare) non si fa mai ostinata. La contestualizzazione del film all’interno di uno scenario concreto come quello di Harar, segnato da conflitti intestini che rendono la popolazione oromo straniera all’interno del proprio paese, permette a Bashir di adottare un linguaggio lontano da quello della denuncia, privilegiando un approccio prettamente cinematografico. Avvalendosi di un bianco e nero affascinante, infatti, ogni inquadratura chiede di soffermarsi per apprezzarne i dettagli, le figure, la luce e le composizioni.

Carola Visca