Voto

9

I fratelli d’Innocenzo tornano a incutere di bellezza e di impotenza lo spettatore con Favolacce (in streaming su Sky Primafila Premiere, Timvision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital e Rakuten TV), vincitore dell’Orso d’argento alla Berlinale 2020, e alzano nettamente l’asticella, virando dal registro naturalistico a quello surreale: abbandonata la realtà della malavita da borgata romana de La terra dell’abbasanza, lasciano a terra i corpi inerti di Manolo e Mirko ed entrano dalla finestra di tre famiglie maldestre, sconnesse e senza scampo. Il voice over di Max Tortora dichiara in incipit di aver trovato il diario di una bambina (un escamotage dal tono favolistico che ricorda quello Grand Budapest Hotel), di averlo letto e poi continuato liberamente. Ad averlo scritto è Alessia (Giulietta Rebeggiani), una bambina di 10 anni che vive col fratello più grande Dennis (Tommaso Di Cola), mamma (Barbara Chichiarelli) e papà (Elio Germano).

Affianco alla loro casa c’è quella degli zii (Max Malatesta e Sara Bertelà), genitori anche loro di una ragazza preadolescente (Giulia Melillo). Poco più in là, in un prefabbricato isolato, vive Amelio (Gabriel Montesi), padre single ossessionato dal vedere emancipato il suo impenetrabile figlio Geremia (Justin Korovkin). La piccola comunità di famiglie sembra convivere serenamente, ma gli spettri di una vita andata storta vengono a galla ineluttabilmente, e si manifestano nel silenzio dei figli: ragazzi diligenti a scuola, intelligenti, curiosi di sperimentarsi, desiderosi di crescere in fretta e infrangere tutte le regole, al punto da non aver più nulla in cui credere per andare avanti. 

Questa è la forte sensazione che lasciano i personaggi: inettitudine e sterilità. I fratelli D’Innocenzo pugnalano al cuore lo spettatore con questa atmosfera di squallore, sublimata da dialoghi sempre affilati, da un rigore severo nella struttura narrativa e dalla costruzione di un climax mai convenzionale né artificioso. Presenza e assenza sono le coordinate del film. Presenza della macchina da presa, che alterna primissimi piani angoscianti a lenti campi lunghi, presenza dell’inquietudine data dalla colonna sonora. Assenza dell’ovvietà, di permessi di empatia, di una catarsi aristotelica. Favolacce non è solo una storia, ma un immaginario, un mondo racchiuso in una palla di vetro a testa in giù: un piccolo e immenso universo di esseri umani corrotti e corruttibili, inadeguati e fragili, validi ma senza virtù. Questa volta i fratelli D’Innocenzo scelgono la freschezza dell’infanzia, del suo imperturbabile sogno, del suo destino già compiuto nell’immaturità e nell’inadeguatezza dei genitori adulti. La favola nera, la “Favolaccia” del titolo, corrisponde alla quotidianità priva di senso dei personaggi, ormai ridotti a spettatori distratti e disincantati della vita, come davanti a un televisore.

La storia non racconta il luogo, ma famiglie dalle madri assenti e dai padri sadici e dispotici, di personaggi inetti e disturbati, erosi, rancorosi, ma più che altro squalificati. E nella squalificazione, dovuta in gran parte alla passività della provincia abbandonata dalle istituzioni, si scorge l’immediata associazione a Parasite o Ken Park, ma anche a Dollhouse di Solondz. Associazioni libere, paradossalmente dissociate, perché Favolacce si evolve su una regia libera, diseducata e diseducante, guidata da una messa in scena brillante e stonata. Una favola che non viene raccontata solo a Spinaceto, perché, oltre al forte accento romano, della provincia laziale non c’è altro di caratterizzante nel film. Favolacce ha infatti un respiro universale, racconta la provincia di ogni angolo del mondo, quella dimenticata, e forse anche punita, da Dio.

La narrazione segue lo stile diaristico, rinuncia a uno sviluppo canonico e adotta un andamento essenzialmente libero, spezzando le scene, autonome, l’una dall’altra, ma senza perdere la continuità. Per questo Favolacce è più che altro un racconto per immagini, restituito con un impianto visivo elegante e con un immaginario unico, sospeso nella fotografia fiabesca di Carnera, che immortala scenografie antropomorfe, inquadrature fatte di interni miseri e di costumi color pastello. Il punto di vista è costituito da uno sguardo maschile primitivo e sgradevole, dove l’unica possibilità di maturazione viene riposta nell’eredità genetica consegnata alla propria prole, una prole che nel suo pensiero più alto giunge a concepirne l’autodistruzione. Con madri indolenti e passive inquadrate di sbieco, giovanissime neo-mamme (Ileana D’Ambra) aggrappate disperatamente alla propria sessualità come unica misura di auto valorizzazione, e con bambini che attendono invano conferme dai propri padri, rimane una domanda sospesa: fuggire dalla provincia o rimanere sdraiati sul divano con la tv accesa a nutrirsi delle tragedie degli altri?

Anna Pennella