Spalato Wyale è un collettivo visuale nato dall’idea dei fratelli Filippo e Michele Papetti. Valerio Del Prete, in arte Valerio Delphi, è dj e produttore romano membro di Tiger & Woods – eclettico duo House di fama internazionale di cui fa parte con Marco Passarani, veterano della scena Dance italiana. Dall’incontro tra i due progetti nasce Face The Music, primo disco solista di Valerio Delphi e prima uscita della label collegata a Spalato Wyale; un lavoro emerso dalla consapevolezza de quella realtà pandemica che tra le varie cose ha annientato la scena clubbing internazionale. È così che Valerio, non troppo motivato a produrre brani che non potevano essere esperiti su un dancefloor, si è trovato ad assemblare un collage di suoni e tracce stilisticamente molto diverse da quelle a cui siamo stati abituati con i Tiger & Woods.

Abbiamo fatto un paio di domande sia a Valerio che a Filippo per capire meglio il progetto, il contesto da cui nasce e cosa significa far parte di una realtà creativa indipendente in Italia soprattutto oggi. 

Presentatevi e presentate i vostri progetti.
Filippo: Io mi chiamo Filippo Papetti e faccio parte di questo “collettivo” che è un progetto nato con mio fratello – pittore, illustratore e grafico. É una cosa che è partita per gioco perché lui aveva disegnato questo logo che secondo me poteva essere divertente da mettere su una maglia e venderla. É sempre stato una cosa tra hobby e secondo lavoro legata alla sua attività. Io sono sempre stato appassionato di musica, ho sempre bazzicato nell’ambiente musicale scrivendo, suonando un po’ in giro, facendo ufficio stampa, e ho sempre avuto questo cruccio di mettermi a fare e pubblicare qualcosa di mio, perché mi piace promuovere le cose che amo: così è nata questa piccola etichetta legata a Spalato Wyale. Era da due tre anni che ci stavamo pensando però non avevamo ancora trovato il nome e il progetto giusto al momento giusto.

E qui entra in gioco Valerio.
Valerio: Esatto. Io mi chiamo Valerio Del Prete, in arte Valerio Delphi, sono di Roma e nella vita faccio il dj e il produttore. Il mio progetto principale è un duo che ho insieme con un altro ragazzo di Roma che si chiama Marco Passarani e il progetto si chiama Tiger & Woods. Parallelamente a quello che faccio con lui continuo a fare le mie cose da solista che coprono un’ampia gamma di sonorità. Diciamo quelle più tradizionali che riguardano il mio nome sono quelle più house, techno, disco, poi c’è una parte che era molto più intima, legata alla parte più di beat e roba hip-hop su cui in realtà non ci ho mai investito tanto. Filippo ha notato che li stavo facendo, ci siamo sentiti e abbiamo deciso di fare questo piccolo progetto insieme, Face The Music. Ci siamo abbastanza trovati: lui voleva fare l’etichetta, io volevo fare il tape, il tutto è successo molto organicamente. 

Le cose giuste al momento giusto. La vostra collaborazione com’è nata poi nello specifico? Come vi siete trovati?
F: Io conoscevo il gruppo di Valerio, che nel 2010-2011 ebbero un grande successo, suonando in giro per il mondo. Fatalità conosco dai tempi dell’università la sua compagna, c’eravamo seguiti sui social. Lei comprò una nostra maglietta per lui per il compleanno che l’ha indossata per un set e così ho iniziato a seguire anche lui. Ho visto che metteva questi pezzi molto simili al genere che sento io, diversi dalla musica che fa lui di solito. Soprattutto mi ha colpito il fatto che una persona di successo nel suo genere, che ha e ha avuto un percorso ben determinato, si mettesse a fare della roba per conto suo. 

Valerio, questa parte da solista che tu fai è una necessità personale? Da cosa nasce? È un modo per cercare nuove sonorità? 
V: la parte solista in generale è sempre rimasta in piedi anche durante il progetto, chiaramente sempre un po’ nell’angolo. Tutto è cambiato per via del momento storico che stiamo vivendo. Io ho sempre fatto musica funzionale a quello che poi andavo a fare in serata, quindi anche a livello produttivo è sempre stata orientata su quello. Però io faccio musica da sempre, mi piace fare musica, mi diverte. La roba hip-hop beat era rimasta la cosa quando volevo fare musica e non doveva essere perché avevo una deadline, un lavoro. Poi ovviamente le serata non ci sono state più, i locali hanno chiuso, siamo rimasti chiusi dentro casa, è stato più naturale fare quella roba invece che altro. Con Filippo la prima cosa che ho apprezzato è che avesse proprio colto il fatto che stessi facendo una cosa diversa che arrivava da una necessità più personale che artistica.

Quali sono le tue influenze rispetto a questo tuo progetto personale che è quasi esclusivamente con sonorità hip-hop? 
V: Le cose hip-hop le ho sempre ascoltate, per mio piacere. Facendo parte di un altro mondo la mia è un po’ una bolla di referenze costruite da me, non ho troppe infrastrutture. Sento una cosa che mi piace e basta, non è che ho grosse cose dietro, è puramente di gusto personale. Se dovessi dare proprio delle referenze direi artisti come J Dilla, Madlib. C’è stato un periodo preciso in cui per me è cambiato proprio l’approccio nei confronti di questo tipo di musica che accade più o meno intorno al 2010. Era un momento di grosso fermento da quel punto di vista, perché sono tutti in qualche misura figli di J Dilla come suono come approccio e come tipologia, però per la prima volta sentivo qualcosa di più nuovo, più fresco, non era una copia carbone di qualcosa già fatto.

Riprendendo anche il concetto di artisti indipendenti in Italia oggi come prima della pandemia, come si vive da artisti? 
V: Non è facilissimo, mettiamola così. Non è esattamente la categoria più coperta e più protetta del nostro Paese. Prima della pandemia io vivevo di questo, facendo musica e facendo serate. Personalmente credo che si dovrebbe investire di più su talenti locali perché ce ne sono tantissimi, e lasciare un po’ indietro questo atteggiamento esterofilo che ancora è presentissimo. Adesso con questo progetto con Filippo ho conosciuto una quantità di musica, di beat maker, di producer incredibili, di altissimo profilo. In questo momento dal punto di vista artistico di gente che fa musica ce n’è tantissima e bravissima. Parlare di investire su artisti e musica ora capisco che sia difficile però magari una circostanza come questa particolarmente difficile, che resetta tutto quanto magari darà la possibilità a coloro che hanno meno visibilità di guadagnare in ascolti. É un anno zero per tutti quanti, non so dirti bene quello che verrà dopo. Quello che posso dirti è che c’è un grandissimo fermento e quello che c’è vale, al cento per cento. 

A proposito di musica dal vivo, secondo voi questa situazione in cui è diventato tutto digitale ha dato un’opportunità in più agli artisti indipendenti o si è creato solo un mare magnum in cui si è persa del tutto quella parte esperienziale, creando un appiattimento generale? 
F: Questa è una cosa di cui io e Valerio abbiamo parlato a lungo. Sono arrivato alla conclusione che la musica su internet è un contenuto come gli altri e si va ad appiattire in una logica di contenuto e purtroppo risponde a quelle logiche di “content”. Chiaramente per alcuni può essere un’opportunità, per altri può essere una cosa negativa. É una situazione in cui ogni tre o quattro anni cambia tutto. Ci sono sempre dei nuovi meccanismi da capire e quindi molto spesso c’è il problema che per promuovere la musica devi stare su quattro piattaforme diverse e ogni piattaforma devi produrre un contenuto dedicato. Devi essere super ferrato e super serrato. 
V: Poi per quello che riguarda i concerti, e lo dicevo anche in passato prima della pandemia, per me il concerto, il dj set, la performance attraverso lo schermo non può funzionare. Adesso è un’esigenza ovviamente, ma non è una cosa percorribile. Vengono a mancare troppe cose. Magari lo sarà per generazioni per cui è assodato il fatto che si possa vedere un concerto attraverso uno schermo e per loro è la normalità, ma per chi ha vissuto il passaggio da come si vive un concerto o un dj set a come lo si percepisce attraverso uno schermo, almeno per me, manca tutta una parte di socialità, il concetto stesso di esperienza, di cui non si può fare a meno. L’idea stessa è terrificante secondo me. Solo il pensiero che ci sia qualcuno dall’altra parte che è costretto seduto su una sedia a guardare il mio dj set in streaming è assolutamente disumano. Poi l’estemporaneità ci può stare ma quanto diventa la normalità è terrificante. C’è stato un momento in pandemia in cui non ho più usato i social perché era un inferno, ogni trenta secondi c’era qualcuno che faceva una diretta. Quest’idea di condivisione estrema e forzata non è necessaria. Se ha un valore allora ha senso, altrimenti meglio lasciare perdere. Anche nella scoperta della musica è diverso: se io guardo un live di un ragazzo che fa beat attraverso uno schermo, il modo in cui io percepisco il suo live sarà completamente diverso quando lo vado a vedere in serata, quello mi arriva in maniera completamente diversa e rischio di non dare il giusto valore a quello che fa.

A proposito di musica dal vivo in Italia, ci è stato detto che la cultura e le industrie dell’intrattenimento non sono essenziali al funzionamento quotidiano di un Paese e delle persone ma credo che mai come oggi invece ci siamo accorti di quanto in realtà siano fondamentali. Pensate che ci sarà un cambiamento di rotta generale rispetto a come vengono percepiti questi settori sia a livello politico ed economico che a livello sociale?
V: La risposta realistica è che rimarrà così com’è sempre stato anzi, bisognerà anche fare la conta di chi rimane in piedi dopo anni senza lavori e senza supporti di alcun tipo. Non penso che ci saranno grossi cambiamenti nella concezione che le istituzioni o chi per loro hanno nei confronti dell’industria musicale e di questo mondo nonostante chiamarle superflue mi sembra veramente un’esagerazione. Basti guardare come stanno le persone senza poter fare nulla e uscire di casa. Poi è chiaro che se mi chiedi se è più essenziale una canzone o un microonde sarà più essenziale sempre il microonde ma non lo puoi mettere nella stessa frase, questo è il punto. 

Tornando a Face The Music, come mai la scelta della cassetta come unico formato fisico?
F: Perché questo genere che si chiama beat tape ed è una cosa molto che viene pubblicata su cassetta, e poi in generale perché di cassette ne puoi fare meno, c’è comunque un po’ di giro. Sia a me che a Valerio piaceva l’idea di fare la cassetta. Noi comunque partivamo da zero, non abbiamo distributore, per cui anche stampare 150 vinili sarebbe stato un po’ un azzardo. Era comunque partita come idea iniziale quella di avere come supporto la cassetta che favorisce questo genere anche dal punto di vista estetico: è un formato in cui si sente male, con i fruscii, si rovina facilmente, e rispecchia la logica della musica fatta in quel modo da Valerio.
V: É un tutt’uno con quel tipo di musica. Un po’ credo che ci sia anche una componente più tecnica per cui anche avendo voluto stampare un vinile in questo momento ci sono dei tempi d’attesa eterni. Ovviamente tutti quelli che fanno questo nella vita hanno passato l’ultimo anno a fare musica e questo si rispecchia nelle numerosissime uscite che stanno avvenendo in questi mesi. Stampare un disco in questo momento è un problema vero e proprio, ci sono liste d’attesa eterne. Volevamo avere un oggetto e quindi la scelta è ricaduta su questo formato. 

La copertina è in sé per sé meravigliosa: com’è nata a livello creativo?
F: L’artwork è un ritratto di Valerio che ha fatto mio fratello dopo una conversazione a tre. Secondo me rappresenta molto lo spirito di Valerio che comunque ho imparato a conoscere in questi mesi e mio fratello l’ha fatta immediatamente, di getto. Un “buona la prima” assoluto. Anche considerando il fatto che i Tiger & Woods all’inizio fossero anonimi mi faceva piacere avere invece la faccia di Valerio lì. Il titolo rispecchia in realtà questo concetto: Face The Music è fronteggiare la realtà anche da un punto di vista pratico. Secondo me il pacchetto completo titolo-copertina-musica si incastra perfettamente e fa uscire quello che è Valerio in questa situazione storica qui. 
V: É lo stesso concetto che uso io per i beat e i sample. Se dopo mezz’ora o poco più il campione non ti parla si passa oltre, è normale. Per me quella copertina sono io al 100% ed è 100% il disco: un collage di suoni, colori e vibes. 

 Giulia Tonci Russo