Nel 2002, mentre in America uscivano Family Affair di Mary J. Blige, 7 Days di Craig David, Dilemma di Nelly,  e Gimme The Light di Sean Paul, anche l’Italia era pronta per una svolta: un giovanissimo Fabri Fibra sfornava Turbe Giovanili, il suo primo album da solista. Fresco dell’uscita dal collettivo Uomini di Mare, il marchigiano giocava bene le sue carte e aveva già registrato uno dei dischi – ancora oggi – più importanti della storia del rap italiano.

Turbe giovanili è un viaggio nel subconscio di un ragazzo nel momento del passaggio all’età adulta, è una lotta tra due individui – il saggio e il fanciulletto – che non possono più condividere la stessa mentalità di fronte alle responsabilità del mondo degli adulti.

I testi – come si poteva constatare già dai lavori precedenti – confermano il virtuosismo tecnico del rapper, capacità che, unita a quella di essere sempre al passo con i tempi e le mode, ancora oggi lo porta al primo posto nelle classifiche. Fibra riesce infatti a legare parole apparentemente sconnesse in una fitta trama disposta in ordine alfabetico (Dalla A alla Z) e a scrivere nero su bianco cosa vuol dire essere un italiano della nuova generazione. Ma Fibra riesce anche a scrivere testi raffinatamente romantici senza cadere nel banale: esempi lampanti sono Luna Piena o Come te (“Vorrei il tuo tempo per riempirlo con te al centro / Altro non vorrei che averti nel mio tempo / Senza di te il vento, il decadimento / Che sei unico mio punto di riferimento”).

Le rime da Nobel, unite alle produzioni del pioniere della cultura hip hop nostrana – stiamo parlando del maestro Neffa –, fanno di Turbe Giovanili un grande classico di cui un buon amante della musica italiana non può non avere tra i vinili sul proprio scaffale.

Anna Laura Tiberini