Ewan McGregor – che proprio oggi spegne quarantotto candeline – è tra quei pochi attori che hanno avuto la fortuna (e il merito) di ottenere ben due ruoli che definiremmo “della vita”: la sua iconica interpretazione di Mark Renton in Trainspotting (Danny Boyle, UK, 1996) e quella Obi-Wan Kenobi in Star Wars. La seconda gli permetterà di raggiungere la fama mondiale, ma è stata la prima a renderlo l’attore simbolo di un’intera generazione. Nel 1996 McGregor è un attore scozzese di 25 anni ancora semi sconosciuto, che due anni prima era stato scelto da Danny Boyle per Piccoli omicidi tra amici e ora torna a lavorare col regista per il suo nuovo film da presentare a Cannes: la storia di quattro ragazzi dipendenti dall’eroina. Ma Trainspotting si dimostrò essere molto di più: una polaroid degli anni Ottanta scattata con un’estetica pop e pensata per arrivare al grande grande pubblico senza edulcoranti, come un pugno nello stomaco.

La forza sovversiva del film è racchiusa nel rapporto fra i protagonisti: Mark (EwanMcGregor), Spud (Ewen Bremner), Simon (Jonny Lee Miller), Tommy (Kevin McKidd) e Francis (Robert Carlyle) vivono una solitudine tragica che si acquieta nella condivisione, nella trasfigurazione della drammaticità dell’esistenza in solidarietà, della “bruttezza” – come direbbe Eco – dell’eroina in una libera scelta di vita. Il celebre monologo iniziale di Mark “Scegli la vita” si è incastonato nella memoria collettiva di un’intera generazione, insieme alla colonna sonora e alla figura di McGregor come simbolo del lato buio di quella classe media “socialmente accettabile”.

I ragazzi di Trainspotting cercavano di curarsi l’anima deformando la loro percezione della realtà assumendo eroina come pratica condivisa, perdendosi in trip allucinati – come la celebre sequenza in cui Mark si tuffa nel cesso – per evadere dalla solitudine dell’esistenza e abbandonarsi all’illusione di una vicinanza empatica con chi ha compiuto la stessa scelta di vita. I ragazzi di oggi si relazionano agli altri per mezzo dei media digitali, che amplificano il senso di solitudine cosmica e di assenza di empatia sotto alla subdola patina di una connessione costante ma illusoria. In entrambi i casi, non resta che aggrapparsi ai rapporti umani, gli unici a poterci davvero salvare, e il sequel del film porta a compimento questa riflessione.

In un’epoca in cui si liquida un idolo con una velocità disarmante e ci si rapporta passivamente alla rappresentazione simbolica dell’antieroe, c’è bisogno più che mai di un nuovo Mark Renton. Nell’attesa, (ri)guardiamoci Trainspotting.

Davide Spinelli