1. Addio glitter, benvenuta pellicola

La prima netta differenza tra la prima e la seconda stagione di Euphoria è a livello vistuale. Se la prima risultava visivamente ricercata – basti pensare alla scena del corridoio di scuola che ruota su se stesso in stile Inception – e con uno styling estroverso – su tutto, gli iconici i glitter a contornare il viso di chiunque -, la seconda stagione assume un tono più spontaneo, intimo e pacato. Il paradosso? Per ottenere questo tipo di effetto il budget e i tempi di produzione sono stati raddoppiati, complice la scelta del regista e creatore Sam Levinson di girare l’intera stagione con una Ekatachrome 100D, ovvero una pellicola rimessa in produzione dall’azienda Kodak appositamente per Euphoria. L’effetto è qualcosa di mai visto prima: i colori si attenuano, l’atmosfera è avvolgente, la grana è pastosa, quasi materica. Ogni inquadratura diventa un quadro, una fotografia. L’intimità di questo effetto visivo asseconda la narrazione, che si avvicina a ciascun personaggio e ne indaga l’essenza, si infila nelle loro camerette e ne cattura i momenti più riservati. 

2. Tra i due litiganti, Kat non gode

Avremmo voluto una narrazione più Jules-centrica (interpretata da Hunter Schafer), abbiamo da ridire sullo spazio dedicato a Elliot (Dominic Fike), il nuovo – e per ora inutile – personaggio e ci lamentiamo del pochissimo spazio dedicato a Kat (Barbie Ferreira), un personaggio che, nella prima stagione, rientrava tra le protagoniste assolute. Se la prima stagione si prendeva il tempo per seguire lo sviluppo della dolcissima relazione tra lei e Ethan (Austin Abrams), nella seconda stagione il tormento principale di Kat è che il loro sia diventato un rapporto fin troppo sano, associandolo a una sensazione di noia, routine e prevedibilità. Un espediente narrativo debole e retorico, che riprende quelle narrazioni stereotipate che tratteggiano il vero, grande amore come necessariamente tormentato, culminando in una scena in cui Kat rompe con Ethan fingendo di avere un problema pischiatrico che le impedirebbe di instaurare relazioni. Oltre a questa dinamica, Kat è al centro di una riflessione sul paradosso degli standard di bellezza imposti dalla società, portando avandi una linea narrativa già avviata nella prima stagione. Secondo alcune voci indiscrete provenienti dal set, questo ridimensionamento del personaggio di Kat sarebbe dovuto a un litigio tra Barbie Ferreira e Sam Levinson per il trattamento riservato al personaggio dal copione. Il regista ha reagito riducendo ulteriormente, e drasticamente, lo screentime dell’attrice, andando a intaccare la coerenza della linea narrativa del personaggio di Kat.

3. Redenzione inversa

Era difficile immaginare per Rue (Zendaya) uno scenario peggiore della prima stagione, ma è nella seconda che tocca il fondo. Non ci sono più filtri, la frase ricorrente “non lo faccio più” e le ricadute ci vengono sbattute in faccia fino a stremare anche noi. Eppure, una scelta sbagliata dopo l’altra, non possiamo che provare empatia nei suoi confronti. In qualche modo, la lezione sul perdono impartita a Rue dal suo sponsor (Colman Domingo) attraversa la quarta parete e arriva anche a noi, insegnandoci ad applicarla alle scelte sbagliate di un amico, di un parente, di un compagno.

4. Ode a Lexi

Lexi Howard (Maude Apatow) rimane dietro le quinte, prima come osservatrice e poi come soggetto osservato, pur sempre citata nei titoli di coda come la “sorella della protagonista”. E poi arriva il settimo episodio, che è uno dei migliori della stagione. In mezzo a tutto quel rumore che è Euphoria, Lexi rifugge il dramma estetizzato e glamourizzato degli altri personaggi, ricordandoci che abbiamo davvero davanti persone come noi.

5. Caos is the new cocaine

La seconda stagione di Euphoria è stato un vero e proprio caos, su tutti i fronti. Sui social e in particolare su Twitter, non a caso, è diventato lo show più commentato dell’ultimo decennio e uno dei più criticati. Eppure, ogni settimana, ha attirato centinaia di migliaia di persone attirate da quei personaggi, da quelle scelte e da quelle narrazioni così imperfette, squilibrate e meschine, eppure estremamente sincere, oneste e trasparenti.

Lara Ioriatti