Voto

7.5

L’euforia, secondo il Dizionario della Lingua Italiana, è “una sensazione, reale o illusoria, di ottimismo e di contentezza, di esaltazione o di ebbrezza, di benessere somatico e psichico dovuta a una buona condizione psicofisica o all’assunzione di farmaci, droghe, alcool”. Ma indica anche, come spiega la regista Valeria Golino, “quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità: sentirsi pienamente felici e totalmente liberi. È la sensazione a cui deve seguire l’immediata decisione della risalita prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre in profondità”. Una sensazione che, se prolungata, porta alla fine di tutto. E se fosse proprio quello l’obiettivo?

L’euforia è quella che Matteo (Riccardo Scamarcio) cerca disperatamente di raggiungere ogni giorno tra party, successi lavorativi e botte di coca. E quando scopre che il fratello Ettore (Valerio Mastandrea) è affetto da una malattia terminale, l’euforia è l’unica arma che conosce per affrontare la sofferenza della vita e decide di imporla anche a Ettore, ignaro della situazione.

Ma facciamo un passo indietro. Valeria Golino racconta il minimo indispensabile del passato dei due fratelli, limitandosi ad alludere a un allontanamento dovuto a scelte di vita diametralmente opposte: Matteo è un imprenditore di successo, affascinante, energico e ricchissimo, che vive in un attico in centro a Roma; Ettore è un insegnante, tranquillo, modesto e pacato, che ha scelto di rimanere nella cittadina di provincia in cui è cresciuto. Come sempre accade, la malattia e l’ombra della morte scardinano le dinamiche famigliari, costringendoli a fare i conti l’uno con l’altro e, di conseguenza, con loro stessi.

La macchina da presa si poggia sui loro visi con primi piani luminosi e caldi, accarezzandone i lineamenti con dolcezza, per poi soffermarsi sui dettagli dei loro corpi, degli spazi in cui si muovono e del modo in cui li occupano. Uno sguardo coinvolto ed empatico ma mai patetico né giudicante, assecondato dalle performance ineccepibili dei due protagonisti, che reggono il film come nella grande tradizione della nostra commedia all’italiana, nel cui solco Valeria Golino inizia con questo lavoro a inserirsi con più agio.

È paradossale come nell’euforia libertà e morte si ritrovino l’una accanto all’altra, separate da pochi secondi. Uno stato emotivo sottilissimo su cui Matteo si regge da anni in equilibrio precario e che la situazione di Ettore inizia a corrodere, nel bene e nel male. Mentre insieme riscoprono il valore delle piccole cose, dei ricordi, del passato, della semplicità, dell’apprezzare ciò che si ha e di una vita dal ritmo umano, precipitano in un confronto con le loro fragilità, i loro fantasmi interiori, i loro rimpianti, i loro errori, le loro scelte, i loro desideri: un oscillare tra felicità e disperazione, tra tutto e niente. E non importa come andrà a finire – la chiusa in questo è brillante –, perché ciò che conta è la presa di coscienza, il recupero di sé, del controllo del proprio tempo e del proprio spazio. E possono farlo solo insieme, abbracciati.

Rimetteranno tutto in discussione, perché è questo il momento di farlo: prima che sia troppo tardi.

Benedetta Pini

Potrebbero interessarti: