Voto

8

Ethbet! Resisti!, era il grido con cui i manifestanti di piazza Tahrir si davano forza durante la rivoluzione scoppiata in Egitto nel 2011 per destituire il regime trentennale di Hosni Mubarak. Oggi, dieci anni dopo, quella parola di speranza non può più essere urlata, ma prosegue silenziosa a guidare le azioni di chi non è arreso. L’omonimo documentario prodotto da Small Boss, diretto da Matteo Ferrarini e disponibile su Prime Video riflette su ciò che rimane di quella lotta, della sconfitta e dei sogni infranti di un’intera generazione, mostrando l’impegno e la vita di Lotfy, Ahmed Ali e Shaimaa, tre persone che in quei giorni ribelli immaginarono fianco a fianco una via alternativa per il loro paese, e che ora continuano a essere accomunate dall’opposizione nei confronti del governo di Al-Sisi, generale salito al potere in Egitto col colpo di stato militare del 2013.

Le loro traiettorie sono differenti ma tutte inevitabilmente segnate dalla violenza. Lotfy è un uomo di quarant’anni che dal suo ufficio del Cairo offre con coraggio e dedizione una preziosa assistenza a quelle famiglie che vedono quotidianamente sparire i propri parenti, arrestati e torturati dalla polizia senza alcun motivo,, se non quello di reprimere il minimo accenno di dissenso. È stato d’altronde accertato come la sparizione forzata e le conseguenti torture nelle carceri egiziane siano tra le tecniche regolarmente utilizzate dal governo per terrorizzare la popolazione e perpetuare in modo indiscriminato il proprio dominio all’interno del paese. Più giovani e lontani da casa sono Ahmed Ali e Shaimaa. Il primo in seguito a una pesante condanna è stato costretto a scappare dall’Egitto e a trasferirsi in Spagna, dalla quale non ha mai smesso di battersi contro Al-Sisi. La seconda ha trovato rifugio in Svezia e tramite il suo lavoro di giornalista e attivista per i diritti civili continua a lottare contro l’ingiustizia che opprime la sua patria.

Lo sguardo mai invasivo di Ferrarini si fa quindi alleato e megafono di un’umanità sradicata, ferita e sofferente ma non per questo disposta a soccombere. Se la rivoluzione è fallita, non si può dire lo stesso per gli ideali che l’hanno alimentata: seppur ostacolati e minacciati, vivono ancora oggi grazie a una grande rete solidale formata da numerose organizzazioni umanitarie, associazioni e gruppi di attivisti, che specialmente in questo periodo di restrizioni usano la tecnologia per vincere le distanze, pianificare le loro rivendicazioni e comunicare al mondo le loro democratiche istanze di libertà. Le inquietanti e dolorose animazioni di Francesco Vecchi intervallano il film e rappresentano, al modo trasfigurato di un incubo, i traumi vissuti dai tre protagonisti durante il periodo della rivoluzione. Proprio perché l’attuale governo egiziano ha tutto l’interesse di rimuovere ogni ricordo legato a quell’epoca, Ethbet! vuole farsi carico dell’orrore, mostrandone la profonda crudeltà. Il film diviene così un’opera non solo testimoniale ma anche portatrice di bellezza e di una scioccante presa di coscienza, in grado di raggiungere picchi emotivi altrimenti inarrivabili dalla semplice denuncia di ciò che in quella terra fu e continua a essere.

Una vena di nostalgia percorre l’intero film; nostalgia di quel che poteva cambiare ed è rimasto uguale, se non peggiore; nostalgia di casa e di un desiderio che sembrava poter smuovere le montagne e che si è rivelato poi null’altro che una fragile illusione. Nonostante tutto ormai appaia compromesso, dal loro esilio dell’anima Lotfy, Ahmed Ali e Shaimaa continuano a fare i conti con la paura e a credere nella possibilità di un futuro migliore. L’Europa, intanto, se da una parte continua a chiedere ad Al-Sisi maggiore trasparenza e un più ampio rispetto dei diritti umani, dall’altra si conferma come il principale partner commerciale dell’Egitto, da cui fra l’altro dipende per la gestione di alcuni cruciali flussi migratori. L’Italia, che ancora attende giustizia per la morte di Giulio Regeni e segue con particolare interesse la detenzione al Cairo del ricercatore dell’Università di Bologna Patrick Zaki, solo lo scorso 23 dicembre ha venduto all’Egitto, nell’assordante e colpevole silenzio delle istituzioni, l’ennesima milionaria nave da guerra.

Andrea Tiradritti