Il modificarsi della società, legata a doppio filo alle innovazioni tecnologiche e alle modalità comunicative, ha causato un cambiamento altrettanto veloce delle dinamiche relazionali, instillando in tutte le generazioni della contemporaneità l’esigenza di descrivere le proprie esperienze, che oggi si traduce in racconti di catastrofi con le app di dating o in elenchi di casi umani conosciuti alle feste. L’attuale Gen Z è nel pieno del fastlove da Tinder, di una socialità di monadi che interagiscono sempre più virtualmente, e qualcosa sembra stia cambiando, nella direzione di una fluidità sempre maggiore nei rapporti interpersonali. Ma dai baby boomer ai giovani di oggi, passando per Gen X e Millenial, queste dinamiche relazonali sono ancora inserite in una cornice narrativa che presenta sempre gli stessi pattern, figli di una retorica retrograda ormai stantia riscontrabile nella stragrande maggioranza delle romcom mainstream, che propinano un modello comportamentale che inconsapevolmente viene introiettato dal pubblico. Le eccezioni sono parecchie, soprattutto da parte dei nuovi prodotti seriali per teenager – Euphoria su tutte -, ma rimangono una minoranza.

Quelle romcom anni ’90 in cui ci rifugiamo nei momenti di sconforto trovano la loro forza nel rendersi estremamente relatable, portando chi assiste a entrare in empatia con la protagonista e la sua parabola narrativa, spesso ergendola a modello da emulare. Il suo percorso è solitamente caratterizzato da una condizione di partenza in cui viene tratteggiata come esteticamente sciatta e/o fallita sul piano professionale, ma si eleverà da questo stato grazie a una storia d’amore, ottenendo il successo lavorativo, la realizzazione di coppia e una bellezza rigorosamente entro i paletti standardizzati. Un meccanismo narrativo doppiamente reso forte dalla sua anzianità, perché trova la propria origine cinematografica nella Hollywood dello studio system e continua ancora oggi a influire sui comportamenti sociali, dettando un assetto di ruoli, proiezioni e aspettative non solo sulle dinamiche delle relazioni, ma anche sul peso che conferiamo a queste ultime all’interno delle nostre vite.

La rappresentazione femminile nel cinema popolare non è infatti cambiata molto da quando Ingrid Bergman lasciava gli Stati Uniti per sfuggire ai panni della suora o della buona vicina in cui era costretta in ogni set, partendo alla volta dell’Italia, dove Rossellini le avrebbe donato ruoli tridimensionali ed emancipati. Eppure, in questo panorama desolante esiste una grande eccezione a portata di click: la filmografia di Éric Rohmer, a cui MUBI dedica una rassegna, disponibile nella Videoteca. Nel suo cinema, votato al naturalismo assoluto sia nella sceneggiatura che nella messa in scena, le protagoniste si trovano in un perenne conflitto interiore ed esteriore, scontrandosi con un universo maschile debole, messo in difficoltà dalla complessità femminile che sfugge da ogni stereotipo. Personalità del genere risulterebbero estremamente radicali e anticonvenzionali persino oggi, in questo decennio di liberazione apparente: Delphine (Il raggio verde, 1986) non vuole conformarsi ai canoni di bellezza estetica e neppure scegliere la strada maestra di una relazione di cui non vede l’utilità, tormentata tra pulsione razionale e sensuale; Sabine (Il Bel matrimonio, 1982) rincorre aggressivamente l’amore anticipando il fenomeno incel; Blanche e Anne sono l’emblema della libertà sessuale e sentimentale (L’amico della mia amica, 1987 e La Moglie dell’aviatore, 1981).

La capacità di Rohmer di tratteggiare personalità femminili tridimensionali, mai ingabbiate da meccanismi narrativi classici, è l’esito di un lungo percorso cinematografico. Nei suoi primi film (Sei racconti morali) metteva in scena brevi novelle di carattere moraleggiante, che partivano da una tesi iniziale e giungevano a risultati provati, in cui i personaggi rappresentavano dei concetti assoluti ed erano caratterizzati da una scrittura anticonformista, ma ancora in nuce. Questo approccio quasi filosofico cede però improvvisamente il passo a uno stile radicalmente diverso, e la motivazione risiede nei grandi cambiamenti storici che si inseriscono fra le due fasi della filmografia di Rohmer. Il Sessantotto irrompe nel panorama culturale francese, portando con sé una duplice rivoluzione: sessuale e cinematografica.

Poco alla volta, scrittori, registi e artisti si sentono finalmente liberi di affrontare temi come le relazioni e la sessualità, senza temere le asfissianti mire censorie della sfera conservatrice. Il cinema, di conseguenza, cambia linguaggio ed estetica attraverso la Nouvelle Vague e i Cahiers du cinéma e si schiera contro il “cinema di papà”, rigettando sia la sua convenzionalità sia i suoi autori, inclusi maestri assoluti come Henri-Georges Clouzot. Sono gli anni in cui Godard gira Alphaville (1965), La cinese (1967) e Week End (1967) mentre Agnes Vardà, seguendo la prima lezione di Rohmer, realizza Il verde prato dell’amore (1965). Ma il Sessantotto si spegne come una grande rivoluzione mancata: i radicali si quietano e diventano borghesi, i cineasti che prima sputavano sullo studio system, proponendo nuove soluzioni, realizzano Effetto Notte (1973) e Le due inglesi (1971). Il fallimento degli ideali iconoclasti influisce anche sul cinema di Rohmer, provocando un cambiamento radicale nel suo impianto narrativo. Scemata l’esigenza di spingere il medium oltre i suoi limiti, si verifica un progressivo ritorno alla messa in scena “classica” (Commedie e proverbi): i personaggi, l’intreccio e l’intellegibiità tornano prioritari, ma questo non significa film meno anticonformisti.

È proprio l’avvicinamento alle forme meno sperimentali che permette a Rohmer di avanzare una riflessione non tanto sugli assoluti quanto sull’individuo, unendo un impianto narrativo tradizionale a una visione radicale e progressista della realtà, in particolare della figura femminile, diventando un punto di partenza per molti autori successivi interessanti a delineare un mondo non stereotipato nella rappresentazione di genere. Primo fra tutti Hong Sang-soo, che ha trasposto nel mondo contemporaneo i temi cardine del cinema del regista francese risemantizzandoli: donne decise che si scontrano con compagni indecisi e poco comprensivi (On the Beach at Night Alone, 2017); il mondo maschile fatica a comprendere i bisogni e le lotte femministe in un mondo ormai cambiato (?) dal movimento MeToo (The Day After, 2017). Luca Guadagnino si è limitato a riprodurre l’estetica del cinema rohmeriano con Chiamami col tuo nome (2017). Ancora oggi, i film di Rohmer rimangono perfettamente aderenti al nostro quotidiano, proponendo modelli anticonvenzionali e radicalmente progressisti, dove le protagoniste sono del tutto slegate da un mondo finzionale stereotipato e idealizzato che appiattisce i ruoli e le dinamiche di genere. Le delusioni d’amore, i tradimenti, le gioie e la libertà sentimentale e sessuale disseminati nella filmografia del regista li sentiamo vicini, e non preconfezionati da una sceneggiatura che (in)segue un modello ritenuto economicamente vincente.

Davide Rui