Sono passati oltre 50 anni dall’asino bressoniano di Au hasard Balthazar, ma l’innocenza mista a malinconia che questo animale riesce a trasmettere rimane la stessa. Questa volta, a portarlo sullo schermo è il regista polacco Jerzy Skolimowski, che torna sul set dopo il successo di di 11 minuti per girare Eo, vincitore del Premio della Giuria al 75° Festival di Cannes e in sala dal 22 dicembre 2022.

Banalmente: l’asino che si fa umano, l’umanità che si fa bestia. Visualmente: molto di più. L’immersività nella coscienza equina è totale grazie all’utilizzo di soggettive, dettagli sul suo sguardo, frammenti della sua fisicità e un sonoro che ne enfatizza ogni raglio. Viviamo i suoi ricordi, percepiamo i suoi sentimenti ed empatizziamo con la sua sorte sconfortante. Il povero animale, chiamato Eo, è infatti costretto a una straziante odissea dopo la chiusura del circo in cui lavorava, ritrovandosi a scoprire, suo malgrado, la bassezza e la brutalità della condizione e dell’animo dell’essere umano. Il pattern convenzionale del viaggio dell’eroe è qui sviluppato attraverso la perdizione all’interno di una serie di eventi casuali, un flusso di coincidenze del tutto fortuite che non dipendono dal singolo essere vivente ma da un disegno più ampio, una sorta di destino fatalista.

Questo grottesco peregrinaggio europeo lo porta persino in Italia, una parentesi narrativa caratterizzata da un rapporto incestuoso tra il mediocre Lorenzo Zurzolo (Baby, Sotto il sole di Riccione) e Isabelle Huppert. Ed è in questo momento, nel quale la centralità di Eo viene meno, che la sottotrama umana si rivela in tutta la propria pochezza, del tutto ridicola, grottesca, misera senza la mediazione del nostro eremita. La scelta stilistica del colore rosso – predominante nelle sequenze di fuga, dolore e amore e nella locandina stessa del film – distanzia profondamente il film dal suo modello nouvelle vaguiano, e anche il ruolo dell’asino si differenzia rispetto al predecessore: qui è protagonista, narratore, soggetto attivo che consente l’evolversi della trama. Ed è proprio il suo movimento perpetuo che rende i personaggi umani delle semplici ombre sul proprio cammino: indifferenti tanto nella bontà, quanto nella malignità.

Federica Furia