Con “Effetto Yoko Ono” si indica il fenomeno che porta a far ricadere le colpe di determinati accadimenti sulle donne coinvolte, al di là che abbiano in effetti un qualche tipo di responsabilità. Il nome deriva ovviamente da Yoko Ono, attivista, musicista, cantante, compositrice, artista tristemente ricordata per una sola cosa: il ruolo che ha presumibilmente avuto nello scioglimento dei Beatles. Ridotta a essere soltanto “la donna che ha fatto sciogliere i Beatles”, ha dovuto affrontare innumerevoli accuse, tra cui quelle di adulterio o di non avere alcun talento. Il cortometraggio documentario Da Eva a Meghan Markle: l’effetto Yoko Ono – disponibile in streaming online su arte.tv – indaga proprio questo fenomeno, partendo dalle sue radici fino al modo in cui si verifica ancora oggi. A guidarci in questa riflessione, passando in rassegna diversi casi storici che dimostrano la colpevolizzazione sociale della donna, è la dottoressa Ulrike Auga, professoressa di studi di genere, che parte dalla prima donna in assoluto, Eva, che guarda caso fu anche la prima peccatrice. Risalendo alla versione originale ebraica del mito, sparisce la visione svalutante di Eva rispetto ad Adamo: i due sono posti sullo stesso piano. La componente di subalterità della donna viene introdotta solo nelle trasposizioni successive, che caratterizzano Eva come eterna seduttrice maligna e causa della cacciata dal Paradiso Terrestre di lei e Adamo. Qui risiede la genesi del mito sessista della donna peccatrice – ripreso da diversi filoni narrativi letterari e cinematografici, ad esempio dal noir con la figura della femme fatale.

Esempi di questo tipo compaiono non solo nella tradizione cristiana, ma anche nella mitologia greca: basti pensare al mito di Pandora, secondo il quale fu creata da Zeus come punizione per Prometeo e aprirà il famoso vaso, andando a liberare il male nel mondo intero. Un altro esempio lo troviamo nella figura di Clitemnestra, modello negativo per eccellenza e che dimostra la concezione misogina del mondo ellenico, sulla quale ricadono tutte le colpe della vicenda che la circonda, mentre il marito Agamennone viene scagionato da ogni responsabilità, nonostante l’avesse tradita e avesse sacrificato la loro figlia a insaputa della moglie. Spesso, a causare la condanna di una donna all’interno della mitologia cristiana, latina o ellenica era la sua eccessiva indipendenza rispetto alle figure maschili, il suo essere un esempio di matriarcato, come dimostra il mito di Lilith. Personaggio citato anche dalla dottoressa Ulrike Auga, Lilith, secondo la tradizione ebraica, sarebbe la prima donna e prima moglie di Abramo, creata dalla Terra esattamente come l’uomo e quindi sua pari. Una volta creata, pretende di avere gli stessi diritti di Adamo e di poter decidere del proprio corpo e della riproduzione, e per questo viene cacciata dall’Eden e successivamente viene descritta come una figura demoniaca.

L’influenza di questi pattern narrativi plasma ancora oggi la nostra società, come dimostrano esempi più recenti: la vicenda di Meghan Markle, che esattamente come Yoko Ono è considerata la causa della distruzione della famiglia reale del Regno Unito, provocando l’allontanamento del principe Harry da Buckingham Palace. Per questo è stata travolta da un’ondata di odio mediatico, diventando una delle persone più insultate al mondo e ricevendo quotidianamente offese razziste e sessiste. Oppure pensiamo ai numerosi fatti di cronaca che deformano persino la figura della donna coinvolta da vittima a colpevole, come nei casi di stupri, molestie, aggressioni e revenge porn. Alla base di queste narrazioni c’è un pregiudizio patriarcale e sessista profondamente radicato, da decostruire ed estirpare per avviarci verso una società più equalitaria e inclusiva, che non solo non colpevolizzi le donne come capri espiatori ma ne riconosca anche i meriti e le qualità individuali.

Allegra Adorni