Voto

8.5

Leone d’Argento Gran Premio della Giuria alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e film selezionato per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar 2022, È Stata la Mano di Dio di Paolo Sorrentino si annuncia fin dalle premesse come un’opera inedita nella filmografia del regista, sia per tematiche che per stile narrativo. La storia racconta l’adolescenza del diciassettenne Fabietto (l’esordiente Filippo Scotti), tra momenti di spensierata felicità e di profonda tristezza; adolescenza segnata in particolare da due eventi cruciali che determineranno il suo futuro. Primo film di ispirazione autobiografica di Sorrentino, È stata la mano di Dio mostra infatti il lato più intimo e personale del regista, segnando una tappa fondamentale nella sua filmografia e nel rapporto con un passato difficile marcato da fantasmi e traumi che ora decide di affrontare, elaborare e accettare. Se volessimo fare un paragone cinematografico, forse dovremmo scomodare Amarcord di Federico Fellini, regista a cui Sorrentino deve molto: come già per La Grande Bellezza, anche da questo lavoro emerge l’influenza della poetica e dello stile di Fellini, in questo caso apertamente dichiarata.

Rispetto ad altre opere di Sorrentino, È stata la mano di Dio segue un andamento narrativo più lineare, che lascia spazio ai sentimenti e anche a un tocco di poesia, pur restando dominante lo stile caratteristico del regista, con inquadrature ricercate e alienanti, sequenze corali in famiglia piene di tenerezza e comicità e scene visivamente spettacolari che non hanno alcun ruolo funzionale ai fini della trama. Il film si pone così come una lunga e sentita lettera d’amore a dedicata a tutto ciò che ha segnato il percorso e il passato del regista: la famiglia numerosa, in particolare i genitori (interpretati da Toni Servillo e Teresa Saponangelo); Napoli e tutto ciò che rappresenta; Maradona, non un semplice calciatore ma una vera e propria entità divina, con un ruolo fondamentale nella direzione intrapresa dal regista nella vita; infine il cinema, o meglio il sogno di diventare un regista, che prende forma attraverso due incontri significativi, quello iniziale con Fellini e successivamente con Antonio Capuano, il mentore che l’ha Sorrentino verso l’esigenza artistica di raccontare qualcosa, e non verso la ricerca del consenso. Non possiamo ancora sapere se questo film segnerà l’inizio di una nuova era nella filmografia del regista napoletano, ma verrà senza dubbio ricordato come una tappa fondamentale del suo percorso artistico.

Kevin Cella