Il cinema di François Ozon oscilla tra l’abbandono alla spontaneità emotiva di Estate ’95 e il fermo controllo della denuncia politica di Grazie a Dio, con risultati altalenanti e divisivi. A volte, però, ci sono film in cui questi due aspetti si trovano a collidere, a sovrapporsi e intersecarsi, riuscendo a parlare sia al nostro lato più intimo e irrazionale, sia a quella parte di noi che si batte per gli ideali in cui crede. Ed è il caso di È andato tutto bene.

La storia è quella, autobiografica, di Emmanuèle Barnheim, scrittrice e sceneggiatrice francese dal cui libri è tratto il film, e di come la sua vita viene stravolta dalla richiesta del padre André, in seguito a un grave ictus, che lei lo aiuti a morire, con la complicità della sorella Pascale. L’eutanasia, però, in Francia come in Italia, è ancora una pratica illegale, ed è qui che vuole andare a colpire la denuncia politica di Ozon: l’assurdità di non poter scegliere della propria vita e della propria morte, di un diritto negato dall’ombra di una morale cattolica conservatrice e ormai totalmente inattuale eppure ancora dominante nella società di oggi. Per esercitare questa volontà, deve avvenire tutto in Svizzera, tramite un’agenzia specializzata gestita da una figura eterea, rassicurante e pacata, che parla di morte come se parlasse di un qualsiasi altro viaggio.

Lo spunto del soggetto, che potrebbe risolversi in poche righe, si dispiega attraverso un percorso emotivo complesso e tutt’altro che lineare, lungo i tre archi narrativi del padre, di Emmanuèle e di Pascal, ognuno caratterizzato da moti interiori che sono l’esito del proprio carattere e del proprio approccio alla vita, ma anche del proprio vissuto e delle dinamiche relazionali tra loro. E il pubblico viene trasportato da questo ondeggiare sentimentale e riflessivo, credendo per un attimo che André cambi idea – quando la fisioterapia porta a risultati positivi, o persino a un passo dall’atto finale -, che qualcosa nella procedura burocratica o nel viaggio vada storto, che una delle due figlie si tiri indietro, che qualcuno si frapponga tra loro e l’obiettivo.

Intanto, Ozon sferza colpi contro ogni conservatorismo, dalla famiglia tradizionale al tradimento, dall’eterosessualità alla monogamia, dal rapporto tra sorelle alla paternità tossica. Schivando brillantemente la tentazione di concedersi facili ed esplicativi excursus didascalici – a eccezione di un paio di flashback evitabili -, il regista lascia che sia il presente stesso a spurgare il passato dai personaggi, che in questo momento di crisi entra a gamba tesa in quelle ferite rimaste aperte e che ora sono tornate a pulsare.

Benedetta Pini