Voto

7

Come era già avvenuto per Alice in Wonderland e l’oscuro Frankenweenie, dopo alcuni anni di assenza Tim Burton torna alla casa madre, la Disney, per la quale dirige il remake live action di Dumbo. La storia è arci nota: Dumbo, un cucciolo d’elefante, è nato con orecchie incredibilmente grandi che gli permettono di librarsi in volo, seppure con la goffaggine propria della sua stazza. Ospitato e poi trattenuto in un circo di serie B che promette meraviglie mentre a stento riesce a guadagnarsi qualche applauso, l’elefantino trova la compagnia di due bambini svegli e affettuosi, che faranno di lui la massima attrattiva del secolo.

Conquistata la tenerezza, la commozione e il plauso del pubblico infantile, cosa rimane? Del noto film d’animazione del 1941 Burton non conserva la durata, la fantasia, il racconto e nemmeno la palette pastello delle cromie originali; eccezion fatta per alcuni passaggi più celebri, come la danza degli elefanti rosa. Se da un lato Burton non si concede alcuna forma di antropomorfismo, conferisce invece troppa importanza agli esseri umani, a tal punto che il protagonista diventa Holt (Colin Farrell), bambino prima e adulto poi, con le sue scelte e le occasioni perse, le nuove amicizie e le ritrovate fortune.

Quell’appeal puro e semplice della vecchia pellicola viene a perdersi, a favore di un’edificazione moraleggiante della storia, rivestita da un impatto grafico e visivo maestoso che ricorda la fiammeggiante produzione scenica di The Greatest Showman. Spariti gli attori-feticcio, Eva Green, Michael Keaton, Denny De Vito e Colin Farrell recitano diligentemente la loro parte, senza tuttavia azzardare. Il maestro del gotico, delle ambientazioni lugubri e malinconiche, maledettamente oscure e fosche, ha persocompletamente le penne corvine della sua firma cinematografica, restituendo al grande pubblico una storia che di singolare conserva ormai ben poco. 

Agnese Lovecchio