“You Keep Me Under Your Spell” cantano i Desire in Drive. È il cuore del film: un incantesimo noir che bilancia implosione ed esplosione in un silente gioco d’attrazione.

Ryan Gosling è l’iconico protagonista silenzioso, che parla per la prima volta dopo più di venti minuti dall’inizio del film, quando chiede alla sua vicina di casa Irene (Carey Mullingan); “I drive” può far pensare solo a un’altra pellicola: Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976, USA).

Nella scena dell’ascensore, l’attore canadese trasmette un’apatia totalizzante che rimanda all’implosione emotiva di Casey Affleck in Manchester by the Sea (Kenneth Lonergan, USA, 2016), all’anonimato straziante di Robert De Niro in Taxi Drive, alla tenerezza brutale di Joaquin Phoenix in You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, UK, 2017) e al respiro alienato di Marcello in Dogman (Matteo Garrone, Italia, 2018). Un milkshake eterogeneo e magnetico.

Pensare che inizialmente la sceneggiatura di Hossein Amini era stata proposta al regista danese come una saga di blockbuster con protagonista Hugh Jackman. È andata diversamente, e Drive si è dichiarato al panorama cinematografico contemporaneo per acategorizzazione: l’estetica al neon, i rallenty noir, i passaggi sfumati e la sceneggiatura carveriana delineano qualcosa di originale e inedito. Tra i suoi continui “something”, Gosling interpreta un personaggio memorabile che si fa carico di tutta la forza del silenzio: assordante, destabilizzante e problematico.

Davide Spinelli