“You Keep Me Under Your Spell” cantano i Desire in Drive, esprimendo in sole sei parole l’essenza del film: un incantesimo noir che bilancia implosione ed esplosione in un silente quanto magnetico gioco d’attrazione. Sebbene il primo teaser facesse pensare a un film d’azione sull’automobilismo, Drive si mostra minimalista nella regia e nella sceneggiatura, avvolto da un insondabile silenzio che svolge un ruolo al di là dell’essere una mera cornice dell’esperienza visiva.

Ryan Gosling è l’iconico protagonista silenzioso, che parla per la prima volta dopo più di venti minuti dall’inizio del film, quando chiede alla sua vicina di casa Irene (Carey Mullingan) dove poter appoggiare la spesa; creando immediatamente un ponte tra il personaggio e l’indimenticabile Travis Bickle/Robert De Niro di Taxi Driver (Martin Scorsese, 1976, USA) nell’istante in cui dichiara laconicamente la sua occupazione: “I drive”.

Massimamente espressa nella scena in ascensore, la performance di Gosling è ineccepibile, come lo sarà in futuro solamente soltanto in Blue Valentine (Derek Cianfrance, 2010, USA) e The Place Beyond the Pines (Derek Cianfrance, 2012, USA). L’attore canadese sa infatti trasmettere una sensazione di apatia totalizzante che rimanda all’implosione emotiva di Casey Affleck in Manchester by the Sea (Kenneth Lonergan, USA, 2016), all’anonimato straziante subito da Robert De Niro in Taxi Drive, alla tenerezza brutale di Joaquin Phoenix in You Were Never Really Here (Lynne Ramsay, UK, 2017) e al respiro alienato di Marcello in Dogman (Matteo Garrone, Italia, 2018).

E pensare che inizialmente la sceneggiatura di Hossein Amini era stata proposta al regista danese come una saga di blockbuster con protagonista Hugh Jackman. Ma è andata diversamente, e Drive si è imposto nel panorama cinematografico contemporaneo per la sua inossidabile capacità di rifuggire ogni categorizzazione: l’estetica al neon, i rallenty noir, i passaggi sfumati e la sceneggiatura carveriana delineano qualcosa di originale e inedito. Tra i suoi continui “something”, Gosling interpreta un personaggio memorabile che si fa carico di tutta la forza del silenzio: assordante, destabilizzante e problematico.

Davide Spinelli