Drive My Car rappresenta per Ryūsuke Hamaguchi il coronamento ideale di un percorso cinematografico iniziato nel 2015 con Happy Hour e continuato con Il gioco del destino e della fantasia (2021), ora riconosciuto sia a Berlino che a Cannes e finalmente distribuito al di fuori dei confini nazionali. Un coronamento caratterizzato dal progressivo allontanamento dagli stilemi contenutistici ed estetici della produzione giapponese indipendente che ha segnato il secondo decennio dei Duemila. Se nel lungometraggio precedente, infatti, risultava centrale la costruzione di una sceneggiatura episodica, che anteponeva all’azione la forza della parola e delle sue conseguenze, questo lavoro riflette sulle potenzialità della parola tra la realtà e la finzione. La narrazione di Drive My Car si sviluppa lungo due linee narrative: l’allestimento teatrale dello Zio Vanja di Čechov in una versione multilingue per un festival di Hiroshima e la vita quotidiana di Yusuke, il regista dello spettacolo, ancora segnato dalla morte improvvisa della moglie e costretto ad affidare la sua amata automobile a un’autista misteriosa.

A differenza dei soggetti di registi che conferiscono una rilevanza centrale alla parola, come Rohmer e Brac, Hamaguchi non è interessato a delineare un rigido schema geometrico, e dopo aver tratteggiato l’assunto di partenza inizia, poco alla volta, a unire queste due situazioni inizialmente divise. Tenuto all’oscuro della vera natura dei personaggi, il pubblico partecipa attivamente al doloroso e inaspettato percorso di superamento del trauma che assilla il protagonista, rappresentato da quella Seeb 900 da cui non si allontana mai. La macchina non è solo lo strumento che mette in comunicazione due mondi, quello della finzione e della realtà, tra spazio teatrale e velivolo, tra pubblico e privao, ma riassume in sé i turbamenti interiori dei personaggi, ed è proprio in questo luogo che raggiungeranno la consapevolezza dei propri limiti e dei propri errori. Una presa di coscienza che viene anche verbalizzata attraverso le lunghe sequenze delle prove teatrali, in cui le battute dello Zio Vanja vengono ripetute fino allo sfinimento.

Il dualismo domina il film non solo a livello di sceneggiatura, ma anche nelle scelte registiche, giocando sulla contrapposizione tra la staticità dei momenti teatrali e il dinamismo dei viaggi. Le scene dalla durata esasperante sono comuni nella produzione del regista – tanto che nel già citato Happy Hour mostrava integralmente una conferenza organizzata da una delle protagoniste – e in Drive My Car prendono la forma di lunghe letture collettive del copione, al fine di mostrare la ripetitività imposta dalla routine delle prove e rendere ancora più determinanti le evoluzioni nella quotidianità, e quindi nell’interiorità, del protagonista, rese anche visivamente attraverso la graduale perdita di staticità di queste sequenze. A questi momenti si contrappongono le sequenze dei viaggi, che catalizzano l’attenzione del pubblico sull’interiorità dei personaggi e delimitano filmicamente gli spazi entro i quali si verificano gli eventi. Come i personaggi, anche l’ambientazione sembra muoversi sul solco della contraddizione, senza porre mai nette distinzioni morali. La rinascita di Yusuke, infatti, non avviene senza ombre, e non è quindi un caso che l’intero lungometraggio sfrutti come quinta scenica Hiroshima, città simbolo della guerra ma anche del miracolo economico del secondo Novecento.

Al centro c’è un perno filmico della poetica di Hamaguchi: lo studio della parola in tutte le sue forme. In questo caso, però, amalgamata all’interno della narrazione, superando i limiti del precedente film a episodi, Il gioco del destino e della fantasia. Oltre a una crisi personale, Yusuke stra attraversando una crisi lavorativa, ormai incapace di recitare perché, a suo parare, le battute da lui nel ruolo di Zio Vania direbbero troppo del suo dolore del passato e della fragilità del suo presente, composta perlopiù da fantasmi. Questa sensazione di perenne insicurezza permea il film, ed è funzionale alla progressiva trasformazione del protagonista, che porta con sé una nuova visione non solo della vita, ma anche del teatro e dell’arte in generale.

Davide Rui