Voto

8

“Perché non qui? Perché non ora?” chiedeva Humprey Bogart in Casablanca. Sembrano silenziosamente porsi la stessa domanda i protagonisti di Dove non ho mai abitato mentre precipitano lentamente l’uno verso l’altra. Perché Francesca (Emmanuelle Devos) e Massimo (Fabrizio Gifuni) non possono stare insieme, lei infelicemente sposata e lui altrettanto infelicemente scapolo? Perché non fare una follia (una di quelle vere) per amore?

Da queste premesse il film di Paolo Franchi si snoda sinuoso ed elegante come la suadente melodia jazz che lo accompagna (My Funny Valentine di Chet Baker). Sembra un film d’altri tempi, che con un ritmo tutto suo attraversa gli spazi alto-borghesi della Torino bene e racconta una storia d’amore con uno stile delicato e allusivo, che rende ancora più dirompenti le scelte di regia. Uno scavalcamento di campo o un primissimo piano diventano così un’asserzione potente per insinuare lo spettatore nell’intimità dei personaggi.

Allo stesso modo scrittura e recitazione lavorano per sottrazione, procedendo per vuoti, preferendo il silenzio alle grida, gli sguardi sfuggenti agli isterismi, i gesti decisi ai pianti melodrammatici, per tratteggiare il delicato sfiorarsi di due corpi estranei, fino alla loro unione in una casa tutta vetro e luci naturali, simbolo della caduta di ogni barriera. E allora, perché no? Perché non qui? Perché non è qui che Francesca e Massimo abitano, perché nella quotidianità che hanno scelto di vivere dominano le ombre, rese tangibili dal raffinato lavoro della fotografia. L’amore è allora una parentesi in una vita tanto vera quanto deludente, che è l’unica dimensione a cui appartengono e in cui necessariamente ritornano. Non resta che chiudere le tende e rinunciare, ora consapevolmente, a quella dimensione “altra” dove la felicità è possibile. Sipario.

Francesco Cirica

Potrebbero interessarti: