Voto

7

Alla prima esperienza con un lungometraggio, il regista israeliano Ram Nehari trova il giusto compromesso tra dramma e commedia, restituendo uno scenario inaspettatamente occidentale e fortemente connotato. Tom (Moon Shavit), una ragazza malata di anoressia e Neils (Nitai Gvirtz), un giovane musicista mentalmente instabile, si incontrano casualmente per le vie di Tel Aviv, e saltando letteralmente di palo in frasca si gettano nella notte senza pensieri e preoccupazioni.

La notte e la fuga, ammantati da un pericolo dissimulato, ospitano i loro turbamenti psicologici, sviscerati grazie all’abilità dei due attori protagonisti, che ben interpretano i caratteri scostanti e altalenanti di chi, come loro, soffre di un disturbo psichico. La regia si mantiene spesso a distanza, scegliendo di non intromettersi nella diegesi della narrazione per lasciare che lo spettatore scorga il dramma dei personaggi attraverso la loro apparenza. Ogni personaggio, nessuno escluso, è affetto da un’ossessione latente: il padre di Tom non regge la sua presenza, sua madre è abbagliata dall’eredità storica del popolo ebraico e l’amico d’infanzia di Neils si rintana in facili rapporti superficiali.

Se la sceneggiatura si impegna audace nella restituzione di un immaginario credibile e aderente a quella che è la realtà degli istituti di cura, schiettamente ricostruiti senza mascherarne le brutture, manca invece vivacità nei contenuti, che sanno di già visto e non arricchiscono i meccanismi espressivi della vicenda. Vitalità e disperazione, speranza e illusione ballano sul filo di un tempo cinico, scandito dalla preoccupazione di sentirsi necessariamente parte di una società che, al contrario, respinge il disagio e il disturbo, relegando il problema agli “esperti del settore”.

Don’t forget me si chiude malinconicamente ad anello, sulle note stanche e disilluse di un futuro incerto e fallimentare.

Agnese Lovecchio

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