Woody Allen è uno dei personaggi più controversi del nostro secolo, la cui rigorosa e inesauribile creatività a cadenza stagionale si contraddistingue per autoreferenzialità, intelligente sarcasmo e cinismo. Attraverso la rassegna presentata dalla Fondazione Cineteca Italiana Le donne secondo Woody Allen in tredici grandi film, abbiamo tentato di riconoscere e analizzare alcune peculiarità del gentil sesso proposte dalla filmografia di Allen: che siano timide, aggressive, depresse, eteree o sfrontate, nessuno come lui ha saputo raccontare le contraddizioni e le insicurezze della psiche femminile. Vediamo come.

1. “Cerchi ancora me in ogni donna”

Iaia Iris

Seppur numericamente inferiore, la componente sensuale serpeggia durante le trasferte europee del regista. La fuga in Catalogna di Vicky Cristina Barcelona rimescola in chiave mediterranea gli idiomi di Allen, e lo fa attraverso Maria Elena (Penelope Cruz), donna dal carattere voluttuoso, trasgressivo e allo stesso tempo dolce, che si impossessa della scena. La sua follia risulta inconsapevolmente erotica per Juan Antonio (Javier Bardem), e altrettanto sensuale è Nola Rice (Scarlett Johansson) di Match Point, che tre anni prima, accendendosi una sigaretta durante l’incontro con Chris (Jonathan Rhys-Meyers), infuocava lo schermo. Se Maria Elena è il centro gravitazionale degli altri personaggi, Nola può essere sostituita con qualsiasi altra donna carnale, ed è infatti succube del suo stesso amore per Chris. Maria Elena, invece, è consapevole di ciò che vuole, ama per l’idea stessa di amare e non per l’amore di un uomo. Nel corso della filmografia di Allen non mancano altre femme fatale; basti pensare alla dissoluta Laura Kensington (Charlize Theron ne La maledizione dello scorpione di giada), alla spietata Tina (Mia Farrow in Broadway Danny Rose) e all’eccentrica Blanche (Uma Thurman in Accordi e disaccordi).

2. “Io sono una persona reale. Per quanto forte sia la tentazione, devo scegliere il mondo reale”

Iaia Iris

“Odi et amo”, recitava Catullo. Niente di più azzeccato per descrivere il complesso rapporto tra Mia Farrow e Woody Allen, che girarono ben tredici film assieme. La maggior parte dei lavori vedevano la bionda attrice dagli occhi azzurri ricalcare personaggi eterei, che calzavano a pennello il suo viso angelico e il fisico androgino. Cecilia (La rosa purpurea del Cairo), maldestra cameriera insoddisfatta della propria vita insieme a un marito fannullone (ha un che di recente, vero?), trova conforto andando al cinema. Ci va talmente spesso che il suo personaggio preferito, Tom (Jeff Daniels), esce dallo schermo, prendendo letteralmente vita. Allen analizza i desideri reconditi di Cecilia, che sente per Tom un amore pudico e delicato. In maniera simile si comporterà la Dott.ssa Eudora (Zelig) con il suo paziente Zelig (Woody Allen), provando per lui un amore salvifico, dal sapore stilnovista. Una virata verso la contemporaneità avviene con Jill (Emma Stone in Irrational Man): glaciale e composta, è una donna inaccessibile.

 

3. “Si chiama entropia. È come quando esce il dentifricio dal tubo e non può più rientrare dentro”

Iaia Iris

La metafora di Boris Yellnikoff (Larry David in Basta che funzioni) si basa sul concetto di entropia per definire le relazioni umane: come nelle trasformazioni fisiche, anche i rapporti interpersonali hanno una direzione irreversibile nel tempo che le porta a muoversi verso il decadimento. Questo articolato ragionamento del cinico e misantropo newyorkese è forse troppo raffinato per la sempliciotta ragazza del Mississipi Melodie (Evan Rachel Wood), che tuttavia ammalia Boris proprio con la sua dolcezza. Altrettanto naif lo era la prostituta Linda (Mira Sorvino ne La dea dell’amore), che nonostante i dialoghi sboccati risultava maliziosa ma mai volgare, costituendo un prototipo femminile ingenuo, solare e positivo, utile all’epifania del protagonista. Linda sarà infatti il preludendo di personaggi inconsueti e altrettanto piacevoli dei film di Allen, come Steffi (Goldie Hawn) in Tutti dicono I love you.

 



4. “C’è un limite ai trami che una persona può sopportare prima di mettersi ad urlare in mezzo alla strada”

Iaia Iris

Allen e la psicoanalisi. Un rapporto tormentato che caratterizza sia il personaggio alter ego di Allen, sia l’universo femminile. È il caso di Jasmine (Cate Blanchett in Blue Jasmine): incapace di affrontare la quotidianità, Jasmine si nasconde dietro al chiacchiericcio cinico, in contrapposizione alla sorella Ginger (Sally Hawkins), una donna senza grazia, che si accontenta di una vita faticosa e disagiata, ma è proprio il suo realismo a garantirle la salvezza, al contrario Jasmine, che vola alto ed è destinata al fallimento. Il nevrotico Allen trova in Jasmine una cupa controparte, condannando la vacuità del sistema attraverso di lei, una donna spocchiosa che commette sempre lo stesso errore, fallendo ripetutamente fino a perdere la ragione. La stessa crisi di nervi di Jasmine viene attraversata cinque anni dopo da Ginny (Kate Winslet ne La ruota delle meraviglie) che, invece di annegare le proprie insoddisfazioni nel vodka martini come Jasmine, le annega nello scotch liscio. Come la Cecilia de La rosa purpurea del Cairo, Ginny è insoddisfatta del proprio matrimonio, i cui monotoni equilibri verranno stravolti da incontri inaspettati. Contrapposte ma simili, Jasmine e Ginny sono entrambe vittime delle loro stesse scelte, e finiscono per confermare le ossessioni di Allen su libero arbitrio, destino e peso delle proprie decisioni, facendo eco a pellicole come Interiors e Un’altra donna.

5. “Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era… e di quanto fosse divertente solo conoscerla”

Iaia Iris

Non citare in questo percorso Annie (Diane Keaton in Io e Annie) sarebbe un’eresia. Madrina di tutte le donne di Allen, amata incondizionatamente dal regista, Annie si contrappone ai personaggi interpretati dalla diafana Farrow: lungi dall’essere il semplice modello delle donne alleniane, scardina gli ideali romantici e inneggia alla libertà sessuale e all’emancipazione femminile. Se Annie è l’oggetto irraggiungibile del desiderio, Hannah (Mia Farrow in Hannah e le sue sorelle) è altrettanto inarrivabile, ma per i motivi opposti: simbolo dell’equilibrio sociale, economico e sentimentale, è la colonna portante dell’intero nucleo famigliare, disgustosamente perfetta e stoica. Nel corso degli anni la narrazione sentimentale di Allen ha acquisito caratteristiche differenti, e fatica a scavare così a fondo con la stessa leggerezza. Per questo motivo i personaggi femminili sono progressivamente diventati un mezzo per l’epifania del personaggio alter ego del regista. Si pensi a Midnight in Paris, in cui Adriana (Marion Cotillard in Midnight in Paris), mitizzando la Belle Époque, fa inconsapevolmente capire a Gil quanto sia importate aver voglia di sognare e cercare di realizzare i propri desideri nel presente.

Daniela Addea

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