Voto

4

A due anni di distanza dal termine delle riprese, esce finalmente nelle sale Domino, l’ultimo travagliato film diretto da un Brian De Palma stremato dalla difficoltosa co-produzione tra Danimarca, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Stati Uniti. Ma la sconfessione avanzata dal regista nel 2018 (“Domino is not my project, I did not write the script”) non basta a scaricare la patata bollente di un film mal riuscito sullo sceneggiatore Petter Sklavan, per quanto effettivamente responsabile di uno script insulso e lacunoso.

La parabola vendicativa del tenebroso poliziotto Christian (Nikolaj Coster-Waldau, che ci piaceva decisamente di più con moncherino e caschetto biondo-Lannister), a caccia dell’uomo che ha ucciso il suo partner, si intreccia confusamente con le azioni terroristiche dell’ISIS e quanto meno nebulosi accordi tra CIA, polizia danese e rifugiati siriani. La rappresentazione stessa dei militanti dello Stato Islamico appare caricaturale e piuttosto volgarizzata: lo scontro tra CIA (ben rappresentata da un Guy Pierce al limite del grottesco, la cui battuta di punta è: “We’re Americans! We read your e-mails!”) e ISIS appare sullo schermo non solo noiosamente semplicistico, ma anche vecchio e già superato (soprattutto pensando all’inspiegabile ambientazione del film nel 2020). La cerimoniosità della figura di Salah Al Din ne è solo un esempio.

Persino aspetti come l’estetica dei video jihadisti, la cura per le immagini che i terroristi dimostrano nei documenti visivi che producono e divulgano e l’impiego di strumenti di ripresa sofisticati come il drone protagonista della sequenza finale, assolutamente nelle corde del migliore De Palma (pensiamo alla riflessione che il regista porta avanti in Redacted, 2007, proprio a proposito di simili immagini), appaiono qui appiattiti, liquidati da commenti sbrigativi e privi di spessore (“It’s almost like they’re professionals! There’s even a drone shot!”). Lo stesso, d’altronde, si potrebbe dire della frammentazione dello sguardo e della moltiplicazione dei punti di vista sullo schermo (e quanti gli schermi, appunto, che si inseguono nel film, raccontando le proprie verità o tanti tasselli della medesima verità), ancora una volta cavalli di battaglia depalmiani, restituiti qui maldestramente in sequenze come quella in split screen dell’attentato al Netherlands Film Festival, che pure sarebbe stata potenzialmente di grande efficacia. 89 minuti raffazzonati e confusi.

Giorgia Maestri