Voto

7.5

“Salvador Mallo/Antonio Banderas, c’est moi!” sembra voler dire Pedro Almodóvar con Dolor y Gloria, il film con cui il regista spagnolo decide di fermarsi e voltarsi indietro, tornando sui propri passi. In tutti i sensi.

Torna sulla propria vita con un racconto autobiografico sincero e – apparentemente – mai edulcorato, in cui si mette completamente a nudo: le sue debolezze, paranoie, ansie, angosce, i suoi errori, rimpianti, fantasmi del passato. In un continuo oscillare tra i ricordi dell’infanzia, luminosissimi e romanzati con dolcezza, da cui si sprigiona un amore immenso per la propria famiglia e una riconoscenza sconfinata per le fatiche che sua madre ha dovuto affrontare per dargli la vita migliore possibile – e anche di più.

La fotografia luminosissima e coloratissima privilegia un rosso brillante, pulsante, che ritorna costantemente come fil rouge della sua esistenza e rimanda simbolicamente a quella passione per il bello che il regista ha saputo concretizzare in un cinema pieno di carne e di vita. Ed è commovente scoprire quanta sofferenza di accompagni necessariamente a così tanto amore. Almodóvar torna anche al suo cinema di tanti anni fa, dopo essersi scrollato di dosso quella tensione a un manierismo che non gli apparteneva e che non arrivava da nessuna parte, tanto meno al cuore degli spettatori.

La potenza del film è proprio la sua capacità di non chiudersi mai in un autoreferenzialismo sterile e narcisista, ma di abbracciare un racconto semplice e lineare, sincero e genuino che infrange ogni barriera tra Almodóvar e lo spettatore avvicinandoli più che mai. Vi scoprirete a piangere a dirotto per un amore passato e finito che non c’entra niente con quello che avete vissuto voi eppure vi sembra così familiare, perché ciò che prova Salvator corrisponde a come vi siete sentite voi.

Benedetta Pini