Immaginate di camminare per strada con il giornale sotto al braccio e la sigaretta in bocca. Vi sedete in un bar di fianco a un signore un po’ vecchiotto, con la faccia da rana e le orecchie a sventola, che conversa con un altro uomo, più alto e stempiato. Quest’ultimo si gira, vi guarda, e vi chiede: “Sei felice?” Voi siete una giovane artista appena giunta in città, loro sono Sartre e Jean Rouch.

A distanza di cinquant’anni da quegli eventi, con Paris Calligrames (2020) – presentato alla Berlinale 2020 e proiettato in questi giorni da Kinodromo BolognaUlrike Ottinger ricostruisce la sua gioventù, granello nella fucina creativa e sociale della Parigi degli anni Sessanta. Passando dal bianco e nero al colore e viceversa, Ottinger imprime nel filmico un pezzo cruciale di storia europea ma anche personale, che corrisponde a quando ha avuto inizio la sua carriera da pittrice e regista, facendosi portatrice di memorie e responsabilità artistiche e sociali, di ricerca, poesia, anti-militarismo e di amore. Il Calligrammes del titolo rimanda infatti a tante cose, tra cui il nome della libreria di Fritz Picard, parzialmente sopravvissuta ai roghi del terzo Reich e successivamente ricostruita. Ed è proprio da questa storia che il film si dipana, tra filmati rarissimi, sequenze di film, riprese amatoriali, interviste e materiali grafici, che permettono alla regista di ripercorrere i suoi primi esperimenti, le sue frequentazioni con il mondo della moda, le visite reciproche agli atelier con gli altri amici artisti, i laboratori di Maywald e Zadkine, lo sviluppo dei suoi tableau objet ispirati al 3D pop francese ed estero di Warhol, Rauschenberg e Kitaj, i primi collettivi di lavorazione con resina e tecniche d’avanguardia.

Nomi, cognomi, storie, eventi condivisi, incontri casuali, la piccola soffitta nel quartiere latino, Montparnasse; strade attraversate dalla vita rumorosa, dall’arte di strada, da talenti rimasti dimenticati nel tempo, da vite spezzate. Il trauma algerino ha segnato gran parte della sua generazione, portando numerosi artisti, come Fernard Teyssier o Philippe Soupault, ad affrontare le conseguenze della diserzione e fondere l’impegno politico alla ricerca artistica nella figuration dell’arte pop parigina, dell’art brut, della poesia surrealista. Ma il dramma non è solo nelle colonie, è anche in patria: il documentario ripercorre le immagini incredibili dei filmati di Jacques Panijel, le interviste agli immigrati algerini nelle bidonville, le riprese della manifestazione pacifica che portò tra i 200 e i 300 cadaveri per strada, brutalmente ammazzati dalla polizia e ammucchiati sui marciapiedi. Contro tutto questo osa fiatare soltanto Jean Genet con l’opera totale Les Paravents; mentre i suoi coetanei si scagliano a denunciare la guerra in Vietnam, che solleva un respiro politico più complesso e diffuso, come fecero la stessa Ottinger e William Klein col suo film immortale Mr. Freedom.

Il movimento Flower Power investe la Parigi di metà anni Sessanta, sollevando i sentimenti rivoluzionari già riscaldati dalla rivoluzione culturale di Mao, nella grottesca ignoranza di ciò che realmente sta succedendo a Oriente. Ma quando esplode il vero e proprio Sessantotto europeo, lo sciopero generale paralizza la capitale francese e l’arte fatica a trovare un posto, e mentre resiste alle repressioni violente della CRS si trova ostacolata dagli stessi esperimenti di occupazione che l’avevano alimentata fino a quel momento. Sono anni violenti e passionali, in cui ricerca creativa e politica si fondono in un mix di serietà e anarchia, eleganza ed eccentricità, che trascende l’intellettuale nella notte parigina del Blue Note e dei club omosessuali.

Paris Calligrammes è una potente dichiarazione d’amore di Ulrike Ottinger al cinema e al suo modo di fare il cinema, ispirato all’etnologia francese e a uno sguardo intersezionale, esattamente come quello adottato nel documentario. Le sale cinematografiche indipendenti, i personaggi e gli ambienti della Francia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, vergata da dolore e povertà, trasformano lo sguardo sul mondo della giovane regista e le sue idee, ma anche quelle di intere generazioni di artisti costretti a rifugiarsi agli angoli delle strade e nei caffè, che diventano i nuovi luoghi di pensiero e lavoro, le nuove tavolozze e i nuovi fogli bianchi sui abbozzare e scrivere lettere. In quelle strade hanno incrociato vita e morte personaggi quali Sartre, Jean Rouch, Simone de Beauvoir, Ernst Jünger, Mario Marini, Paul Celan, Marcel Marceau, Hans Richter, Raoul Hausmann, Tristan Tzara, Walter Mehring e molti altri, ma sono troppi per poterli elencare tutti. Luoghi di esplosioni di idee, di anti-anti-arte, di esplorazione dei significati politici in senso identitario, di processi a cui il documentario riesce a dare nuova vita, di concretizzandoli e mettendoli a silenzioso paragone con oggi.

Le piazze oggi si sono moltiplicate e sono migrate nel digitale, ma sono altrettanto fervide: sembra avvicinasi in un futuro sempre più prossimo il momento di rivalsa, il respiro di ricerca, la forza di risollevarsi da un doloroso passato collettivo per rivendicare una vita culturale che si rifugia nel presente e dimentica volentieri eredità e direzione.

Pietro Bonanomi