Lettere, racconti e testimonianze, scritti su psiche, subconscio e comportamento umano: questi i frammenti che compongono il documentario Freud, un ebreo senza Dio, ripercorrendo la storia dell’uomo che ha rivoluzionato l’intera cultura del Novecento. Con Le voci di Mathieu Amalric, Isabelle Huppert, Catherine Deneuve e Jeanne Balibar David Teboul racconta il padre della psicanalisi con cautela, mettendo in guardia il pubblico fin da subito: “Mio padre diceva che i biografi sono tutti bugiardi”, afferma Anna, la figlia di Freud. Le biografie mentono, e forse anche questo documentario non è esente da qualche aggiunta di fantasia. Compensa le insidie del biopic la scelta di presentare una notevole mole di materiale d’archivio, che permette al soggetto di poter intervenire in modo diretto nella propria narrazione.

La ricerca di immagini d’archivio è stupefacente: un uomo si tuffa al rallentatore mentre il narratore spiega il pensiero di Freud sull’energia sessuale; dei bambini giocano a cowboy e indiani mentre la voce di Amalric/Freud spiega la tripartizione della mente umano; immagini di carnevali e di processioni rituali che accompagnano le descrizioni dei sintomi isterici di Anna O. Il gesto più forte di Freud, un ebreo senza Dio è costituito infatti da queste associazioni, dall’operazione di assemblaggio di materiali di origini straordinariamente diverse, andando a costruire una narrazione parallela a quella biografica. Queste immagini quotidiane si sovrappongono ai traumi individuali dei pazienti di Freud, con un effetto di fascino e inquietudine: l’intimo e il sociale si incontrano e scontrano. Con questo montaggio prende forma uno sfondo plastico e mitico, uno spazio narrativo a cui si àncora il pensiero freudiano. 

Di fatto, non c’è manipolazione sulla vita dello psicanalista, anzi, il documentario sembra voler smantellare la narrazione romanzata che vede Freud come un cocainomane, un medico ribelle e un animo turbato – e che la nuova serie Netflix ha nuovamente rimesso in gioco -, ritornando su una visione storicamente più attendibile. A Teboul non interessa suggestionarci attraverso un ritratto affascinante, misterioso ma improbabile di Freud, quanto piuttosto restituire una fedele cronologia della sua vita. Dalla nascita in Repubblica Ceca fino alla sua morte a Londra, passando per l’esilio in Gran Bretagna alle porte della Seconda Guerra Mondiale, il documentario evoca le tappe principali della vita di Freud, come le origini ebraiche, la Vienna di fine XIX secolo, la gestazione de L’interpretazione dei sogni.

Freud, ebreo senza Dio parte da un’illustrazione didattica della psicanalisi per poi allargarsi alla storia antica, alla mitologia classica e al quadro più ampio di un’epoca, in un’atmosfera nebulosa di libera associazione; proprio come in una seduta psicanalitica. Un taglio dunque didattico ma necessario per chi voglia approcciarsi alla storia della psicoanalisi e, più in generale, dell’Europa centrale di quel periodo. Sigmund Freud, un ebreo senza Dio è infatti un documentario intimista ma con un taglio nettamente politico e storico, che snocciola le difficoltà riscontrate da Freud per far legittimare la psicoanalisi come disciplina scientifica alle porte del nuovo secolo e del passaggio alla modernità.

Anna Pennella