Nell’ampio e variegato catalogo di reportage, inchieste e documentari di Arte in italiano, c’è un’area tematica particolarmente approfondita: quella della lotta delle donne di tutto il mondo contro la violenza, la discriminazione e la disuguaglianza, per una società che sia davvero paritaria e tuteli i diritti di ogni singolo individuo. Sudan: donne in prima linea, Le donne di Rohingya e i figli della vergogna, Siria: Rojava, la rivoluzione delle donne e Svezia: dove le prostitute non esistono sono solo alcuni dei titoli sull’argomento disponibili sulla piattaforma. Argentina: la rivolta delle donne (Karen Naundorf, 2019) squarcia il silenzio internazionale attorno all’attuale situazione sudamericana: un reportage di inchiesta che restituisce, in poco meno di mezz’ora, una complessa panoramica sociale, economica e politica del Paese, e lo fa attraverso testimonianze dirette che entrano nel vivo della questione, restituendo il grido di dolore, di rivolta e di rabbia delle donne che lì lottano ogni giorno per la propria libertà.

In Argentina, ogni 32 ore viene uccisa una donna. Negli ultimi dieci anni le vittime di violenza domestica sono state quasi 30 mila. Il codice penale argentino contempla il femminicidio solo dal 2012 e, secondo l’avvocata Mónica Cuñarro, una delle prime a riuscire a ottenere in tribunale una condanna all’ergastolo per questo crimine, “il maschilismo radicato profondamente in tutti gli strati della società argentina è una delle cause del numero elevato di femminicidi. Lo Stato non sblocca alcun fondo per questa causa, perché non fa parte della sua politica pubblica. È chiaro che non gli interessa. Altrimenti non mancherebbero case di accoglienza e programmi di protezione per le donne. Il poco che viene fatto, è sempre troppo tardi.”

La storia raccontata nel documentario è quella di Mónica Garnica, bruciata e uccisa a soli 25 anni dal compagno, e dei suoi genitori, che hanno lottato per avere giustizia. Ma c’è anche la storia di Maria Maidana, sopravvissuta al tentato omicidio da parte del marito, che cercò di bruciarla viva. Dopo aver subito 52 operazioni chirurgiche, è uscita dall’ospedale decisa a cambiare le cose: oggi incontra i ragazzi delle scuole di Buenos Aires per sensibilizzarli sull’argomento. Sottotraccia emerge il menefreghismo dello Stato argentino nei confronti della violenza domestica e delle donne che la subiscono quotidianamente, lasciate sole e senza alcun tipo di sostegno per emanciparsi o strumento legale per agire in sicurezza.

Un focus è dedicato infine alla questione dell’aborto, che lo Stato argentino vieta, a eccezione dei casi di stupro o di pericolo di vita per la madre. La motivazione risale principalmente alla massiccia e radicata presenza di frange cristiane fortemente conservatrici, che sono contrarie persino a queste concessioni all’aborto. Contro tutto questo lotta strenuamente il collettivo Ni una menos, con un obiettivo forte e chiaro: permettere alle donne di disporre interamente e liberamente del proprio corpo. Nato nel marzo del 2015 proprio in Argentina, il movimento trae il nome dal grido disperato di rivolta lanciato dalla poetessa messicana, vittima di femminicidio, Susana Chàvez: “Ni una mujer menos, ni una muerta más” (“Né una donna in meno, né una morta in più”).

Veronica Gago, una delle organizzatrici dei cortei di Ni una menos, spiega che “i cortei sono iniziati come delle grida rabbiose dopo l’omicidio di una giovane donna, Chiara Paez. Da allora, abbiamo manifestato per molti altri casi. Il nostro collettivo femminista vuole fare passare un messaggio ben preciso: noi soffriamo e siamo in lutto, ma lottiamo. Troveremo il modo di ottenere quello che chiediamo e di combattere contro le violenze”. Il movimento Ni una menos non si limita a far scendere uomini e donne nelle piazze per manifestare, ma organizza anche conferenze pubbliche per discutere insieme delle disparità di genere, del machismo endemico e dell’uguaglianza civile, proponendo soluzioni per una società più egualitaria e pacifica. In queste iniziative sono coinvolti tutti i cittadini, incluse famiglie, persone anziane e bambini, al fine di educare ogni singolo individuo sull’argomento e porre le basi di una società del futuro che sia nuova, diversa e migliore di quella in cui viviamo oggi. Il movimento, negli anni, si è espanso anche in altri paesi del Sudamerica, tra cui Perù, Messico e Colombia.

Pensare che la violenza sulle donne sia un problema lontano, che tocca solo paesi oltreoceano, è un grave errore. In Italia, durante il periodo di quarantena causato dal Covid-19, le chiamate al 1522, il numero verde messo a disposizione dal DPO (Dipartimento per le Pari Opportunità) per aiutare le vittime di violenza di genere e stalking, sono state 5031, registrando un aumento del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019 (un dato da sottolineare è che dal 22 marzo, giorno di inizio del lockdown nazionale, le chiamate hanno visto un’impennata).

Alessandro Foggetti