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Settimo film di Quentin TarantinoDjango Unchained esce nelle sale nel 2012 e viene apprezzato dalla critica di tutto il mondo. Il film è un omaggio a Django di Sergio Corbucci (1966), pellicola uscita in un periodo particolarmente prolifico per gli spaghetti western e che supera l’impostazione conferita al genere da Sergio Leone, risultando ben più violenta rispetto ai film del regista romano, con tanto di stragi di massa e crude amputazioni. Se il Django tarantiniano propone una trama totalmente diversa dal violentissimo film di Corbucci, ne rimane fedele per poetica e sottotesto.

 
In entrambi i film la figura femminile viene dipinta come oggetto di violenza da parte dei personaggi: le protagoniste (rispettivamente Maria e Broomhilda) vengono introdotte nel film da una scena in cui vengono fustigate, la prima dai messicani, la seconda Broomhilda dagli schiavisti. Lo spettatore, obbligato ad assistere a questi abusi, non può che percepire voyeuristicamente la donna come l’oggetto su cui si proietta il piacere sadico dei torturatori. Di conseguenza la donna perde la propria soggettività e, messa in secondo piano, viene vista non più come genitrice di vita, ma come semplice merce (Maria è una prostituta, Broomhilda è una schiava). Nonostante l’identità delle donne venga meno, però, le due costituiscono il motivo che spinge i protagonisti ad agire, oltre al “Dio Denaro”. Catapultato in una dimensione in cui il materialismo è il paradigma dominante della società, lo spettatore “vive” un’America tanto lontana quanto attuale.
 
Tradizionalmente, il western è un genere che parla di confini e che presenta in modo costante la riflessione sul tema della soglia, intesa come la linea di passaggio da un luogo all’altro, sia in senso fisico che metaforico: dal luogo di festa, accogliente e familiare, si passa a una dimensione di discriminazione razziale, all’interno della quale si verificano scontri sanguinari e ideologici.

In questo contesto, tipico del western classico, la dialettica dell’eroe buono risulta dominante rispetto a quella della sua nemesi, ma nelle pellicole di Corbucci prima e di Tarantino poi entrambe le fazioni sono costituite da antieroi cinici (razzisti e banditi messicani in Django; razzisti e cacciatori di taglie in Django Unchained) che curiosamente tendono a distaccarsi dall’ambiente razzista e associarsi, momentaneamente, all’altra fazione, al solo scopo, però, di perseguire i propri interessi. Elemento discendente dagli stilemi degli spaghetti western, la soglia tra bene e male si fa labile anche nelle due pellicole del 1966 e del 2012, mentre gli eroi non si distaccano nettamente dagli antagonisti, sono solamente “meno peggio”.
 
A rendere più realistici i protagonisti rispetto a quelli del western tradizionale, oltre al cinismo e l’individualismo, è la loro fallibilità: se gli eroi classici riuscivano sempre a cavarsela, uscendo quasi illesi dai conflitti, questi “nuovi” antieroi vengono malmenati o catturati prima ancora di riuscire ad attuare il proprio obiettivo. In un ambiente in cui violenza e ingiustizie prevalgono, i protagonisti non possono che adeguarsi a tale contesto, pur mantenendosi in parte distanti dai “veri” cattivi. Una delle interpretazioni di questa tensione rimanda a una critica della Cristianità occidentale: in Django e Django Unchained le figure religiose sono schierate dalla parte opposta rispetto a quella in cui dovrebbero essere, con i prepotenti e i malvagi invece che con i deboli e i giusti. Ed è questa posizione in apparenza paradossale a sollevare domande scomode in merito al ruolo della religione nella società di ieri e di oggi.

Filippo Fante